Operazione perfettamente riuscita, paziente morto…
Questo è il rischio che corre l’economia italiana, anche in occasione di un convegno che ho seguito qui a Vicenza nel mese scorso. Organizzato e gestito da un pool di commercialisti appartenenti all’associazione nazionale, un direttore di una rivista di settore ed un Ufficiale della guardia di Finanza in tema di legalità, giustizia, indagini finanziarie e redditometro.
In un momento come questo una delle priorità dello stato è la lotta all’evasione fiscale.
Certamente non si può che concordare con questa scelta politica, perché pare logico pensare che ad essere altrimenti danneggiate sono le persone oneste. Per questo passa il messaggio ovvio che evadere significa in fondo rubare. E rubare è attività socialmente da condannare.
Dopo la condivisione generale dell’obiettivo e l’analisi, si giunge nella discussione alle modalità per il raggiungimento di tale punto, oltre agli effetti che si potranno avere uniti alla preoccupazione degli operatori economici.
Il progetto dello stato è alquanto semplice: scovare l’evasione attuando un ferreo controllo delle transizioni economiche attraverso la verifica indiretta sui consumi e diretta sui pagamenti.
Visto che i movimenti bancari sono chiaramente tracciabili, sostanzialmente basta obbligare noi cittadini e le nostre imprese a far transitare il maggior numero di operazioni o, almeno, le più rilevanti attraverso tale sistema.
Da qui la semplice spiegazione al divieto di utilizzo di contanti per cifre superiori ai 999 euro. Se poi qualcuno continuasse con le abitudini di “allegra” gestione, ecco comparire gli altri strumenti: il redditometro e lo spesometro.
Praticamente lo stato ti dice che se vuoi continuare a gestire del denaro non contabilizzato, poi non ti darà modo di spenderlo o, se succederà, te ne sarà chiesto conto.
Tutto chiaro, tutto corretto.
Chi può contestare la cosa? Solo chi evade o non è totalmente in regola…
Ma il dubbio che durante la giornata ha assillato i partecipanti è il mettere in discussione la moneta stessa.
È chiaro a tutti che la condizione del funzionamento del sistema economico è la libera circolazione della moneta, siamo abituati da tempo al fatto che non è il baratto, ma il denaro ciò che scambiamo.
Una limitazione alla circolazione della moneta implica un rallentamento negli scambi di beni e di servizi di conseguenza un peggior andamento dell’economia, cosa che ovviamente non può che crearci delle preoccupazioni in quanto, da sempre, “anello debole della catena” inseriti in un sistema globale.
Quanto potrà incidere una soglia così bassa, entro la quale non usare moneta contante, ma sistemi tracciabili sui consumi comuni?
In America ed in altri stati le persone sono abituate ad usare carte e bancomat anche per i piccoli acquisti. Ma noi? Da sempre abituati al contante ci troviamo imposto l’utilizzo delle carte per legge in maniera repentina. La gente si abituerà rapidamente? O, come sembra stia succedendo, gli acquisti subiranno pericolosi cali?
Uno degli esempi a riguardo portati, che non ci compete, ma abbastanza significativo, si basava su un turista che, recandosi per un acquisto da un negoziante puó comunque, in deroga alla normativa vigente, ottenere il pagamento in contanti oltre i mille euro dimostrando di non essere cittadino italiano o UE, attraverso copia dei documenti di identità, oltre ad una autocertificazione.
Il negoziante dovrà versare il contante il giorno successivo sul proprio conto aziendale accompagnandolo da: fotocopia del documento, autocertificazione, fattura relativa alla vendita. Cosa penserà quel turista, che magari non conoscendo neanche tanto bene la nostra lingua, dovrà fornire, compilare e firmare carte sconosciute?
Senza entrare sugli aspetti psicologici della cosa o in autolimitazioni per non far sapere, magari, i fatti propri…
Altro argomento sconosciuto è lo spesometro: ossia la comunicazione direttamente alla agenzia delle entrate dei dati dell’acquirente da parte di tutti i negozianti per acquisti superiori ai 3000 euro per il 2011 e per qualsiasi cifra dal 2012 in poi (?).
L’idea che un potenziale acquirente se ne possa andare, senza concludere un acquisto, a causa della comunicazione obbligatoria non presuppone, solamente, una evasione fiscale da nascondere. Ma magari chissà… un problema personale di tutt’altra natura. Risultato? Una mancata transizione economica magari tanto necessaria a quel commerciante e alla sua sopravvivenza economica. Sarà l’unico caso o potrebbe diventare emblema di casi analoghi? Non è che, per evitare lo stare sotto controllo vigile (dalle conseguenze non prevedibili), diventi meglio il “non fare”?
Questo è l’unico dubbio che, in mezzo a tanti timori per questa economia di crisi,ci fa sentire spaesati ed impauriti non come semplici odontotecnici, ma come cittadini italiani ci troveremo verso l’abbattimento dell’evasione fiscale con un PIL in caduta libera? Perchè, come spesso accade nelle grandi campagne, a rimetterci sono proprio quelli che le regole, magari con difficoltà, cercano di rispettarle.
