In attesa di completare la raccolta dei dati strutturali e contabili desunti da varie annualità dello Studio di Settore del comparto odontotecnico, compiere le relative dettagliate elaborazioni e riflessioni sui trend in atto in una significativa serie storica, il quadro che emerge dai dati già in nostro possesso fa emergere una situazione certamente molto negativa del comparto, ma senza i tratti della drammaticità di certe considerazioni (anche nostre) secondo le quali ad esempio negli ultimi cinque anni avevamo assistito alla scomparsa di circa 5.000 laboratori pari ad 1/3 del totale di quelli in attività. Per non fare la stessa figura di qualcuno che quando parla di abusivismo in odontoiatria “da letteralmente i numeri” – che nell’accezione corrente equivale a “dar di matto….” – quando si danno certe informazioni è buona norma verificare i dati, citare le fonti, evitando di compiere raffronti non omogenei. E tanto per parlare della disomogeneità di dati provenienti da pur autorevoli fonti, se ad esempio – per quanto riguarda i laboratori in attività – si citano alcuni dati ISTAT che fanno emergere come tra il 1996 e il 2001 i laboratori siano passati da 19.032 a 17.041 e si confronta quest’ultimo dato con quello corrispondente dello Studio di Settore che evidenzia per il 2001 solo 14.782 laboratori in attività, risalta chiaramente la grande differenza nello stesso anno (17.041 su 14.782) fra le due fonti. Lo stesso può accadere – seppur in misura minore – quando si prendono dati dalla stessa fonte come ad esempio lo Studio di Settore che per ogni annualità cita dapprima il numero dei laboratori “censiti” e poi quelli “clusterizzati” (quelli cioè presi in considerazione e classificati secondo requisiti e valori analoghi) che sono sempre in numero inferiore poiché da quelli “censiti” ne vengono scartati alcuni per diverse plausibili ragioni. Può così accadere di trovare alcuni valori di quelli “censiti” (ricavi, reddito, addetti, ecc.) che in verità appartengono ai laboratori “clusterizzati”, pur non arrivando mai lo scarto a percentuali tali da inficiare le riflessioni più generali sui trend in atto. E tanto per fare qualche prima riflessione generale, secondo lo specifico Studio di Settore il numero dei laboratori tra il 2001 e il 2011 ha avuto un andamento altalenante sino al 2007 per poi imboccare decisamente una curva negativa. Tra il 2001 (14.782) e il 2002-3-4 (15.326-15.299-15.176) in crescita sia pur di qualche centinaio di unità per poi calare tra il 2005 (14.913) e il 2006 (14.948) quindi risalire sia pur di poco nel 2007 (15.165) per imboccare poi una curva decisamente negativa sino a giungere al 2011 con 12.853 laboratori in attività. In dieci anni (2002 – 2011) siamo così passati da 15.326 a 12.853, cioè al 16% circa in meno di laboratori in attività. Dato certamente negativo, ma senza i tratti della drammaticità del -33% in soli cinque anni citato talvolta con disinvoltura (anche da noi). Se poi si passa ai dati relativi ai ricavi e ai redditi medi per laboratorio questi crescono negli ultimi sei anni anche se si mantengono su valori decisamente non esaltanti, con i ricavi che passano dai 56.800 euro medi del 2005 ai 74.100 euro del 2011, mentre i redditi medi passano per le stesse annualità dai 20.700 ai 26.400. Si può quindi affermare che pur in costanza di dati strutturali negativi, assistiamo ad un incremento dei dati contabili. Per un quadro più dettagliato sui dati strutturali e contabili, per la natura giuridica delle imprese ma anche per tipologia di fabbricazione, dobbiamo completare il recupero della serie storica di tutti i dati ed a quel momento rinviamo ogni più approfondita riflessione.
In conclusione va sottolineato che senza ricorrere alle note riflessioni sul valore della statistica rispetto ai fenomeni reali, vanno comunque sempre tenuti nella giusta considerazione certi dati e certi trend che non rappresentano la “verità assoluta”, valore questo che appartiene come noto alla trascendenza e non alle fallaci esperienze terrene di certi osservatori.
