ANTLO ON LINE NUMERO 2-2026 - Antlo

Nuovi riconoscimenti e nuove sfide per Antlo

La presenza a prestigiosi eventi internazionali rafforza l’associazione

 

In questo torrido inizio d’estate in casa ANTLO si continua a lavorare a pieno regime e, giunti a metà dell’anno, se guardiamo a ciò che è stato fatto nel 2026 e alle attività programmate nei prossimi mesi, la parola d’ordine non può che essere “entusiasmo”.

Entusiasmo è innanzitutto ciò che ci consegna la partecipazione a due prestigiosi eventi come l’Expodental Rimini e il Memorial Willi Geller a Trento.

A Rimini, nel cuore di quella che si può considerare la più accreditata fiera internazionale del dentale, dove siamo stati presenti con un nostro stand insieme ad altre associazioni di categoria, abbiamo avvertito il calore di associati e colleghi che hanno visitato il nostro spazio e da noi hanno attinto consigli e informazioni sia sulla programmazione culturale sia sugli aggiornamenti delle normative del nostro settore come sempre rimodulate e ricalibrate in funzione dell’adeguamento delle leggi. È la riprova dell’efficienza, competenza e affabilità del personale del nostro Centro Servizi che si conferma il fiore all’occhiello della nostra Associazione.

Dall’altro lato l’invito al Memorial Willi Geller, evento che ha raccolto l’eccellenza dell’odontotecnica mondiale nel ricordo del celebre fondatore di Oral Design, è stato un altro importante riconoscimento per ANTLO che ne ha suggellato la credibilità istituzionale lasciando intravedere scenari futuri di collaborazioni internazionali. Il delinearsi di questo trend è probabilmente una delle novità più interessanti di questi ultimi mesi e un obiettivo ambizioso che si va progressivamente definendo anche nella programmazione convegnistica del breve e medio termine.

Subito dopo la pausa estiva il 18 e 19 settembre ci aspetta il Congresso Sud a Castellammare di Stabia a cura di ANTLO Campania. E a riguardo un plauso va al presidente Domenico Citarella che da anni lavora, con la preziosa collaborazione dei colleghi del direttivo, per garantire un appuntamento che coniuga approfondimento scientifico, aggiornamento professionale, cultura e convivialità nella suggestiva location del Towers Hotel. Già da giorni è febbrile la promozione dell’evento attraverso i nostri canali social e di informazione digitale ma anche incontrando vis-à-vis i colleghi perché sappiamo bene quanto sia potenzialmente ricco di spunti e di stimoli il contatto diretto con i nostri soci e amici. Poi a metà ottobre saremo presenti alla grande kermesse internazionale del Colloquium Dental Show a Parma dove Ortho-ANTLO curerà la sessione ortodontica del convegno ed è superfluo sottolineare quanto questo sia per noi un ulteriore motivo di soddisfazione. Agli inizi di novembre si accenderanno i riflettori su Expodental Mediterraneo che quest’anno si terrà a Napoli a Città della Scienza, in attesa, poi, di un importante evento culturale regionale a Salerno.

L’intensa programmazione che abbiamo ripercorso a volo d’uccello mostra una vivace presenza dell’associazione sui territori, un continuo affiancamento dei professionisti della nostra categoria, una formazione di qualità e un’informazione capillare. Ma c’è ancora una sfida ardua da affrontare che riguarda il futuro della nostra categoria.

L’abbandono della professione da parte dei neodiplomati è ancora troppo alto e rappresenta un campanello d’allarme che merita un’ampia riflessione e un confronto con gli organismi scolastici e gli enti formativi oltre che con le istituzioni. È un cammino accidentato che pure da tempo stiamo provando a percorrere e che ci consegna un gap notevole tra il grado complessivo di formazione dei giovani freschi di diploma e/o abilitazione, il loro effettivo livello motivazionale e il bagaglio di abilità e competenze reali oltre che di entusiasmo richiesti dall’attuale evoluzione del nostro lavoro.

Forse finora il grande assente di questo dibattito sono stati proprio loro, i diretti interessati, cioè quella nuova generazione che va compresa nei suoi bisogni, nelle sue aspirazioni e nei suoi talenti. E nel suo linguaggio.

Con questo spirito, e naturalmente consapevoli che si tratta di un primo passo, abbiamo inaugurato il nostro canale TikTok con l’obiettivo, tra gli altri, di sfruttare al meglio le potenzialità del social più amato dai giovani e creare una community in cui loro possano contribuire con le proprie idee e noi scoprire le leve da azionare per trasmettere davvero la passione per questo lavoro. Che costa fatica, certo, ma che, regalando sorrisi, non può che essere il mestiere più bello del mondo.

 

Dietro le quinte del DDL C.2007: il lavoro silenzioso di ANTLO

Ci sono momenti nella vita di un’associazione che non finiscono sui social, non fanno rumore e non producono titoli a effetto. Eppure sono quelli che, nel tempo, possono fare la differenza.

Il percorso del DDL C.2007 è stato uno di questi. Quando il Parlamento ha avviato l’indagine conoscitiva presso la Commissione Affari Sociali, ho capito che non sarebbe bastato limitarsi ad attendere gli eventi. Occorreva esserci, prepararsi. Occorreva studiare il provvedimento e costruire relazioni per far sì che la voce di ANTLO arrivasse nelle sedi dove si prendono le decisioni. Come responsabile dei rapporti istituzionali di ANTLO, questo è stato il mio compito.

Dietro un’audizione parlamentare non c’è soltanto il giorno in cui ci si presenta davanti ai deputati. C’è un lavoro fatto di settimane di preparazione, confronto interno, raccolta di documentazione, analisi normative e definizione di una linea che sia tecnicamente solida e politicamente credibile. La nostra forza è stata quella di arrivare preparati.

Non con richieste generiche, ma con una proposta chiara, coerente con il percorso che ANTLO porta avanti da anni: il riconoscimento della professione odontotecnica attraverso una formazione universitaria qualificante, competenze definite dalla legge e una piena integrazione nel sistema sanitario, sempre nel rispetto delle altre professioni.

L’audizione è stata soltanto l’inizio. Terminato quel passaggio, è iniziata la parte meno visibile, ma probabilmente la più importante. Ho avviato un confronto costante con la relatrice del provvedimento, l’onorevole Ilenia Malavasi, alla quale desidero riconoscere disponibilità, attenzione e apertura all’ascolto. Da quel momento si sono susseguiti incontri, telefonate, scambi di documenti, osservazioni tecniche e proposte di modifica al testo. Ogni emendamento nasce da un’idea, ma prima ancora nasce da uno studio approfondito. Ogni parola inserita in un testo di legge può cambiare l’interpretazione di una norma.

Per questo motivo il lavoro è stato meticoloso. Molte ore trascorse sui documenti, confronti con esperti, verifiche giuridiche e continue riflessioni su quale fosse la soluzione migliore non solo per gli odontotecnici, ma per l’intero sistema sanitario.

Chi immagina che il lavoro istituzionale si esaurisca in una riunione o in una fotografia con un parlamentare probabilmente non conosce come funziona davvero il processo legislativo. Il rapporto con le istituzioni si costruisce nel tempo. Si fonda sulla credibilità e sulla serietà, sulla capacità di presentare proposte realistiche e tecnicamente sostenibili. È un patrimonio che ANTLO ha costruito negli anni e che oggi ci consente di essere ascoltati quando si affrontano temi che riguardano la nostra professione.

Durante tutto questo percorso non abbiamo mai cambiato linea. Non abbiamo inseguito il consenso facile e non abbiamo alimentato polemiche. Abbiamo scelto di continuare a dialogare, anche quando il confronto era complesso. Perché credo che il ruolo di un’associazione responsabile sia proprio questo: rappresentare con equilibrio gli interessi della categoria, senza perdere di vista l’interesse generale e la tutela del cittadino.

Naturalmente il DDL C.2007 non è ancora arrivato al traguardo. Ci attendono altri passaggi parlamentari e nuove occasioni di confronto. Ma una convinzione si è rafforzata in questi mesi. Le istituzioni ascoltano chi dimostra competenza, continuità e affidabilità. È per questo che continuerò a svolgere il mio incarico di responsabile dei rapporti istituzionali con lo stesso spirito che ha guidato questo percorso, mettendo la mia esperienza al servizio di ANTLO e della professione.

Desidero infine ringraziare il Presidente nazionale e il Consiglio Direttivo per la fiducia che mi hanno accordato e per aver condiviso ogni passaggio di questo lavoro. I risultati che oggi iniziano a delinearsi non appartengono a una persona, ma a un’Associazione che ha scelto di costruire il proprio futuro attraverso il dialogo, la competenza e la coerenza.

Questo, più di ogni altra cosa, è il vero dietro le quinte del DDL C.2007.

 

 

LA REALIZZAZIONE DEL DMSM: DOCUMENTAZIONE ACCOMPAGNATORIA PRE E POST FABBRICAZIONE.

(articolo redatto con l’ausilio e le ricerche dell’Intelligenza Artificiale AI MODE)

Spesso viene posto il quesito relativo alla circostanza di fatto se l’odontotecnico effettivamente disponga in laboratorio di tutte le informazioni sui materiali che compongono il DMSM che fabbrica: il Centro Servizi Antlo nel tempo ha provato a dare indicazioni utili al riguardo, provando a spiegare che “lavorando nel perimetro delle regole” l’odontotecnico (ragionevolmente) dovrebbe già disporre di tutti questi dati, onde potersi tutelare sia nei confronti del medico prescrittore e sia nei confronti del paziente utilizzatore finale.

Volendo affrontare la problematica si deve necessariamente partire dall’Allegato I, MDR (REG. UE 2017/745), che esordisce con l’art.1 dedicato ai “Requisiti Generali” dei dispositivi medici in generale, affermando che “I dispositivi forniscono le prestazioni previste dal loro fabbricante e sono progettati e fabbricati in modo che, in normali condizioni d’uso, siano adatti alla loro destinazione d’uso. Essi sono sicuri ed efficaci e non compromettono lo stato clinico o la sicurezza dei pazienti, né la sicurezza e la salute degli utilizzatori ed eventualmente di altre persone, fermo restando che gli eventuali rischi associabili al loro utilizzo sono accettabili, considerati i benefici apportati al paziente, e compatibili con un elevato livello di protezione della salute e della sicurezza, tenendo conto dello stato dell’arte generalmente riconosciuto”.

Come ben noto le disposizioni del Regolamento UE 2017/745 (MDR), identificano nell’odontotecnico la figura professionale, legalmente riconosciuta come “fabbricante di dispositivi medici su misura”: all’uopo per progettare e fabbricare in sicurezza il DMSM (Dispositivo Medico Su Misura), l’odontotecnico deve obbligatoriamente acquistare solo materiali provvisti di Marcatura CE e conservare la documentazione di tracciabilità dei suddetti materiali per almeno 10 anni (15 anni per gli impianti).

L’odontotecnico non solo deve acquistare esclusivamente materiali provvisti di marcatura CE, ma per ogni lotto di materie prime (resine, leghe, ceramiche, monconi, dischi CAD/CAM), con lo scopo di assicurare l’opportuna gestione della qualità e un’adeguata gestione del rischio, sarebbe auspicabile acquistasse materiale provvisto di Certificazione qualità (es. ISO 13485 del produttore), e poi, per ogni manufatto, dovrebbe richiedere e custodire in laboratorio la seguente documentazione:

  • la Dichiarazione di Conformità CE del materiale: che viene rilasciata dal produttore/fornitore della materia prima, e che attesta che la suddetta materia prima rispetta i requisiti legali di sicurezza, infatti le materie prime odontoiatriche stoccate o lavorate devono possedere la marcatura CE come dispositivi medici (generalmente di Classe IIa o IIb) secondo l’MDR;
  • la Scheda di Sicurezza (SDS – Safety Data Sheet): documento fondamentale per la gestione del rischio chimico e biologico di ogni materiale utilizzato, che deve essere conforme al Regolamento REACH (CE n. 1907/2006 – che è la normativa cardine dell’Unione Europea per la gestione sicura delle sostanze chimiche) e deve essere redatta nella lingua dell’utilizzatore (nel nostro caso l’italiano); si tratta di una documentazione diretta prevalentemente a proteggere la salute e la sicurezza di coloro i quali “lavorano” e utilizzano la suddetta materia prima (quindi l’odontotecnico e i suoi dipendenti durante la lavorazione in laboratorio, ai sensi del D.Lgs.81/2008); tale documentazione sicuramente non certifica (e non potrebbe certificare) l’efficacia clinica sul paziente. Per quanto riguarda le SDS di tutti i materiali utilizzati per la fabbricazione del DMSM, anche se non vi è l’obbligo di inserimento all’interno del Fascicolo Tecnico, l’odontotecnico in caso di necessità deve poter dimostrare di avere la disponibilità della suddetta documentazione (peraltro aggiornata all’ultima versione utilizzata). Inoltre, il titolare del laboratorio odontotecnico, per la corretta redazione del Documento di Valutazione dei rischi (DVR) del proprio laboratorio, deve utilizzare tutte le informazioni contenute nelle SDS, e quindi definire i DPI all’uopo necessari (es. cappe aspiranti, mascherine FFP3 per polveri, guanti specifici, il tutto, sempre al fine del rispetto della normativa per la Sicurezza sui luoghi di lavoro dettata dal D.lgs. 81/2008). Oltre a disporre in laboratorio di quanto occorrente in base alla legge per poter dimostrare il corretto smaltimento dei rifiuti;
  • Scheda Tecnica (TDS): è un documento che riporta le caratteristiche fisiche, chimiche, le modalità d’uso, le indicazioni e le eventuali controindicazioni del materiale.
  • Etichettatura del prodotto: l’odontotecnico dovrà sempre verificare che su ogni confezione di materiale acquistato siano presenti: il marchio CE, il codice del lotto, la data di scadenza (ove prevista) e il codice REF (codice catalogo del prodotto).
  • Dichiarazione di “Free Latex” / “Free Metal” (se applicabile): in questo caso si tratta di importanti Certificazioni di biocompatibilità per materiali sensibili.

I documenti sopra elencati, seppur necessari, da soli non sono pienamente sufficienti per coprire i severi obblighi di sicurezza, efficacia e idoneità previsti dal Regolamento UE 2017/745 (MDR) per la fabbricazione del dispositivo medico su misura (DMSM).

L’odontotecnico dovendo garantire l’idoneità all’uso del DMSM nel cavo orale e la sicurezza delle persone, dovrà necessariamente acquisire dal fornitore delle materie prime anche:

  • le Istruzioni per l’uso (IFU) del produttore della materia prima: si tratta di un documento cruciale che indica i parametri di lavorazione (ad es. curve di cottura della ceramica, temperature di fusione delle leghe, parametri di polimerizzazione delle resine). Si tenga presente che errare queste procedure potrebbe alterare la struttura chimico-fisica del materiale utilizzato, inficiandone la biocompatibilità e/o causando il rilascio di tossine e/o la rottura;
  • la Destinazione d’uso specifica del materiale: nel caso che ci occupa, il fornitore della materia prima deve dichiarare espressamente che il materiale venduto è idoneo all’uso medico/odontoiatrico a lungo termine nel cavo orale;
  • il Certificato di Analisi del Lotto (o Certificato di Collaudo): in questo caso si tratta del Documento chimico-analitico associato allo specifico lotto consegnato, che attesta l’esatta composizione del materiale e l’assenza di impurezze pericolose (es. metalli pesanti).

L’odontotecnico che realizzi i propri dispositivi medici su misura avendo preventivamente acquisito tutta la documentazione sopra indicata si accinge a fabbricare il DMSM partendo da una solida base per poter “lavorare nel perimetro delle regole”.

Peraltro, l’acquisizione della suindicata documentazione cartacea non basta da sola a garantire la sicurezza del dispositivo: come detto, essa costituisce solo una (adeguata) base scientifica di partenza.

Il buon esito finale (ed il poter dire di sentirsi con la coscienza <<a posto>>) dipende da come l’odontotecnico “trasforma” e “lavora” tali materie prime nel proprio laboratorio.

In sostanza, la mera acquisizione documentale, da sé sola non basta a garantire la sicurezza del DMSM, ma una corretta acquisizione documentale preventiva è sicuramente una pre-condizione auspicabile per la realizzazione di DMSM lavorando “nel perimetro delle regole”.

Infatti, il titolare del laboratorio odontotecnico potrebbe disporre di una mole notevole di documenti, ma poi – di fatto – lavorare “distrattamente” o con “superficialità”, ovvero porre in essere protocolli “non ortodossi”, o comunque incorrere in prassi, fasi (e sub-fasi) di lavorazioni e/o esecuzioni non pienamente o non propriamente “corrette”.

Evidentemente, il passaggio della materia prima attraverso le complesse lavorazioni del laboratorio odontotecnico introduce nuove e non trascurabili variabili, oltre che rischi ulteriori, che non possono essere sottovalutati.

A questo punto occorre evidenziare che l’odontotecnico per poter affermare che il DMSM fabbricato sia sicuro ed efficace, e non comprometta la salute del paziente (o dell’odontoiatra), deve implementare nel proprio laboratorio una serie di prassi e protocolli di fabbricazione virtuosi:

  1. in primo luogo, nel processo di fabbricazione occorre un rispetto rigoroso delle Istruzioni per l’Uso (IFU): se il fornitore vende la materia prima certificata, ma il laboratorio la contamina, la surriscalda (oltre il consentito) o ne altera i cicli termici, in tal modo violando le Istruzioni per l’Uso ricevute, le certificazioni rilasciate dal fornitore evidentemente decadono; il tutto perché, in casi del genere, potrebbe essere stata compromessa la biocompatibilità del DMSM finale;
  2. la fabbricazione del dispositivo non può prescindere da una Analisi dei Rischi del Processo Produttivo: l’odontotecnico deve mappare i rischi intrinseci alle proprie attrezzature e quelli specifici delle proprie lavorazioni (es. contaminazione crociata da polveri, residui di monomeri liberi nelle resine, porosità nelle fusioni);
  3. nella sequenza delle lavorazioni occorre anche la Validazione dei Processi Digitali e Analogici: se l’odontotecnico usa stampanti 3D o fresatori CAD/CAM, deve necessariamente convalidare il corrispondente flusso di lavoro; ad esempio, un software tarato male o una post-polimerizzazione incompleta della resina stampata verosimilmente potrebbero compromettere la citotossicità nel cavo orale del paziente;
  4. anche l’adozione di un Sistema di Tracciabilità Totale potrebbe essere determinante per la corretta fabbricazione nel laboratorio odontotecnico: infatti, l’associazione univoca del numero di lotto della materia prima utilizzata per la realizzazione del DMSM, rispetto alla prescrizione del medico e alla singola cartella clinica/fabbricazione della protesi, comporterebbe (almeno sotto il profilo teorico) il raggiungimento di un maggior livello di sicurezza per la tutela della salute dell’utilizzatore finale, oltre che assicurare una consistente mitigazione dei rischi produttivi, inevitabilmente connessi all’esercizio dell’attività in questione.

In quest’ottica, come già evidenziato in altri articoli apparsi su Antlo On-line, sebbene  “rimanga in capo al professionista abilitato alla terapia odontoiatrica ed al trattamento protesico del singolo, in quanto responsabile della concezione ideale e globale del lavoro protesico destinato ad uno specifico paziente, che è affidato un ruolo “guida” nell’ambito della terapia medica, … ed al medico o odontoiatra competono, sulla base del proprio progetto clinico del dispositivo, la realizzazione di prescrizioni scritte da fornire all’odontotecnico, nonché le prove e la messa in servizio (installazione sia intermedia e sia finale del dispositivo stesso) ed è prevista sempre in capo al medico, anche la consegna finale della documentazione necessaria al paziente (prodotta in parte dal laboratorio odontotecnico ed in parte dallo studio medico), scegliendo la forma ritenuta più idonea”, d’altro canto “in linea generale e senza pretesa di esaustività, per quanto di propria competenza, l’odontotecnico deve, dal canto suo: 1) provvedere alla realizzazione della progettazione tecnica, conformemente alla prescrizione del medico o dell’odontoiatra; 2) eseguire un’analisi dei rischi per ogni dispositivo da fornire; 3) predisporre le istruzioni d’uso per ogni singola protesi realizzata (istruzioni d’uso tecnico), che dovranno essere consegnate al paziente dal medico o dall’odontoiatra; 4) predisporre la dichiarazione sulla conformità del dispositivo, da consegnare al medico, o all’odontoiatra, che poi sarà consegnata da quest’ultimo al paziente; 5) monitorare di continuo i propri prodotti e correggere in maniera permanente i propri standard produttivi, anche sulla base di test periodici eseguibili su lavori di prova; 6) valutare periodicamente i propri fornitori, al fine di garantire qualità ed affidabilità dei materiali e delle attrezzature usate nel proprio lavoro. In sostanza, l’odontotecnico dovrà esercitare la sua professione ed eseguire la sua prestazione nel pieno rispetto del Regolamento UE 745/2017 (MDR REG. UE 745/2017), in sinergica collaborazione con l’odontoiatra, ma rivestendo un ruolo più di supporto che da protagonista, rispetto a quest’ultimo[1].

Evidentemente, tutta la documentazione sopra indicata, così come diligentemente acquisita dall’odontotecnico dovrà confluire e trovare una propria finalizzazione nella progettazione tecnica esecutiva del DMSM, conformemente alla prescrizione del medico odontoiatra, e dovrà essere posta alla base dell’analisi dei rischi per ogni dispositivo da fornire, oltre che a costituire presupposto indispensabile sia per la predisposizione della dichiarazione sulla conformità del dispositivo, sia delle istruzioni d’uso da consegnare unitamente al menzionato DMSM.

Il titolare del laboratorio odontotecnico organizzato in tal modo potrà assolvere al meglio ai propri doveri come “fabbricante” del DMSM, perché oltre ad aver acquistato i materiali “corretti”, cioè in linea (sostanzialmente e formalmente) con la normativa vigente, potrà gestire la propria impresa con una certa tranquillità, potendo fare affidamento su di una documentazione accompagnatoria del DMSM adeguata a conseguire il maggior livello di sicurezza attuabile per la tutela della salute dell’utilizzatore finale, ed assicurando, nel contempo, l’adozione di un’adeguata prassi di mitigazione dei rischi potenziali.

A questo proposito, per la tutela della salute del paziente ed ai fini del raggiungimento di un adeguato livello di sicurezza clinica del medesimo utilizzatore finale (inclusa la valutazione del rischio di allergie, intolleranze o tossicità), non pare sussistere in capo all’odontotecnico un vero e proprio dovere giuridico di consegnare all’odontoiatra (quale medico prescrittore) anche le SDS.

Piuttosto, parrebbe sussistere in capo all’odontotecnico-fabbricante un precipuo dovere di redigere e consegnare una specifica documentazione medico-legale in conformità all’Allegato XIII del Regolamento Europeo sui Dispositivi Medici MDR (UE) 2017/745: cioè la Dichiarazione di Conformità e l’Etichettatura del Dispositivo, oltre che le Istruzioni d’Uso e Manutenzione (e le avvertenze per il paziente).

Per quanto riguarda la Dichiarazione di conformità ricordiamo che si tratta del documento fondamentale e a rilevanza legale, firmato dal titolare del laboratorio (fabbricante), e al suo interno, per tutelare il paziente anche da reazioni avverse, deve obbligatoriamente indicare: A) l’elenco completo dei materiali utilizzati, con l’indicazione specifica di tutte le materie prime (es. marca e tipo di resina, specifica lega di cromo-cobalto o titanio, ceramica, ecc.) complete dei relativi numeri di lotto di fabbricazione; questa tracciabilità permette all’odontoiatra di verificare istantaneamente i componenti in caso di sospetta allergia del paziente (es. al nichel o ai monomeri acrilici); B) i dati di identificazione del paziente, cioè nome, cognome o un codice univoco di tracciabilità, per legare indissolubilmente il dispositivo a quel determinato utente finale; C) i dati del medico prescrittore, quindi nome dell’odontoiatra che ha rilasciato la prescrizione clinica; D) la dichiarazione di conformità ai GSPR: cioè l’attestazione formale che il dispositivo soddisfa i Requisiti Generali di Sicurezza e Prestazione (GSPR) previsti dall’Allegato I del regolamento MDR.

Diversamente per quanto attiene all’Etichettatura del Dispositivo, si tratta di un importante adempimento per il quale, ogni dispositivo medico su misura consegnato deve essere accompagnato da un’etichetta chiara che riporti: 1) la dicitura obbligatoria “Dispositivo Medico su Misura”; 2) il nome e l’indirizzo del laboratorio odontotecnico fabbricante; 3) gli elementi utili per l’identificazione del dispositivo (es. tipo di manufatto, codice d’ordine).

Per quanto riguarda le Istruzioni d’Uso e Manutenzione (e le avvertenze per il paziente), è anch’esso un adempimento a cura dell’odontotecnico fabbricante, e consiste in un foglio illustrativo (o manuale) da consegnare all’odontoiatra (che lo girerà anche al paziente) contenente: A) le Indicazioni e controindicazioni: si tratta delle specifiche modalità di utilizzo del manufatto protesico o ortodontico; B) le Avvertenze su rischi residui e potenziali allergeni: in particolare si tratta di informazioni esplicite sulla presenza di sostanze chimiche o metalli che potrebbero causare intolleranze o allergie (es. “contiene metacrilati” o “contiene cobalto”); C) Istruzioni per la pulizia e la disinfezione: in pratica vengono descritte le procedure corrette che il paziente deve seguire a domicilio per evitare la proliferazione batterica o il deterioramento chimico del dispositivo.

Sotto diverso ed ulteriore profilo, l’odontotecnico fabbricante, dovrà conservare in Laboratorio per almeno dieci anni il Fascicolo Tecnico del Dispositivo medico su misura realizzato (quindici anni se si tratta di dispositivi impiantabili).

L’odontotecnico con la predisposizione di questo fascicolo “riservato”, in caso di necessità, potrà adeguatamente dimostrare e assicurare la disponibilità della consultazione e della verifica delle SDS (Schede di Sicurezza dei materiali) dei produttori dei materiali impiegati, i certificati di biocompatibilità CE delle materie prime e l’analisi dei rischi, in quanto contenenti dati utili indispensabili, in caso di necessità, per essere esibiti in occasione di eventuali controlli da parte delle autorità competenti (es. NAS o Ministero della Salute).

Si precisa che in base all’MDR – REG. UE 2017/745, l’odontoiatra ha il preciso dovere di mettere a disposizione del paziente la Dichiarazione di Conformità e le istruzioni d’uso (realizzate dall’odontotecnico), affinché l’utilizzatore finale sia pienamente consapevole di cosa è stato inserito nel proprio cavo orale e quali contegni futuri dovrà osservare (nel proprio interesse e) per la migliore riuscita della terapia dentale che gli è stata somministrata.

Sotto diverso profilo, l’odontotecnico ha il dovere di consegnare all’odontoiatra anche eventuali Istruzioni d’Uso del DMSM in caso di necessità di ritocchi e/o lavorazioni del medesimo DMSM, che sia in prova nel cavo orale del paziente e/o comunque in vista della messa in servizio finale del DMSM o di suo successivo indispensabile ulteriore adattamento.

In questo senso, l’odontotecnico (in qualità di fabbricante) ha il preciso obbligo di legge di fornire all’odontoiatra tutte le informazioni sulle modalità di manipolazione, di finitura e dei limiti tecnici del dispositivo, comprese le avvertenze relative alle operazioni di ritocco clinico (fresatura in prova tramite turbina o micromotore).

Questi doveri giuridici sono ricavabili direttamente dall’Allegato I, del Regolamento MDR (REG. UE 2017/745 – Requisiti Generali di Sicurezza e Prestazione – GSPR), il quale stabilisce che il fabbricante del dispositivo deve prevedere ed eliminare o ridurre i rischi legati all’utilizzo del dispositivo, fornendo adeguate informazioni agli utilizzatori professionali (qual è l’odontoiatra).

Il corretto adempimento di quest’obbligo da parte dell’odontotecnico viene ad essere soddisfatto nella misura in cui vengono fornite all’odontoiatra tutte le informazioni e tutte le indicazioni specifiche necessarie.

Si tratta di informazioni e indicazioni che si collocano su due piani distinti ma strettamente correlati: l’odontoiatra deve conoscere ed essere informato in merito a tutti gli elementi relativi alla “Prevenzione di danni fisici e meccanici al dispositivo (Incompatibilità materiali)”; inoltre il medico prescrittore deve ricevere tutte le informazioni utili relative alla “Tutela della salute del paziente (Rischi da inalazione e biocompatibilità)”.

Per quanto attiene alla “Prevenzione di danni fisici e meccanici al dispositivo (Incompatibilità materiali)” le istruzioni d’uso che devono essere fornite dal laboratorio odontotecnico non servono solo al paziente per la manutenzione ordinaria, ma fungono da vera e propria guida tecnica per il clinico durante la fase di prova o di adattamento occlusale/marginale.

In maniera dettagliata, l’odontotecnico assolve correttamente ai suoi doveri quando specifica chiaramente i limiti e le caratteristiche tecnologiche e merceologiche del manufatto che ha realizzato, il tutto per evitare successive lavorazioni “improprie” da parte dell’odontoiatra, ad esempio: A) per la Gestione dello spessore critico, durante la molatura di una corona in zirconia o ceramica integrale, l’odontoiatra deve sapere qual è lo spessore minimo strutturale da non superare per evitare microfratture repentine del materiale; B) per evitare il Surriscaldamento dei materiali, in dettaglio e sempre in via esemplificativa, le strutture in resina acrilica, i materiali termoplastici o i compositi avanzati possono subire alterazioni della matrice polimerica o tensioni interne se lavorati con frese non idonee o senza il dovuto controllo dei giri della turbina/micromotore, così venendo potenzialmente compromesse le proprietà meccaniche finali; C) in relazione al Trattamento delle superfici, in  questa evenienza, ad esempio, l’odontotecnico deve indicare se determinate superfici (es. colletti metallici di impianti o aree pre-trattate con silano) non devono essere assolutamente toccate, sabbiate o esposte ad agenti chimici per non compromettere l’integrità del dispositivo medico messo in servizio dall’odontoiatra.

Diversamente, con riferimento alla “Tutela della salute (Rischi da inalazione e biocompatibilità)”, l’odontotecnico deve fornire al medico prescrittore informazioni dettagliate sulle procedure di ritocco eventualmente necessarie e/o opportune, e tale adempimento diventa di cruciale importanza per garantire la sicurezza biologica all’interno dello studio dentistico in occasione dell’effettuazione delle suddette procedure di ritocco: in particolare, si tratta di: 1) prevenire la Generazione di aerosol e polveri tossiche/irritanti, in casi del genere, se il medico prescrittore ritocca il dispositivo direttamente alla poltrona (o nel laboratorio interno dello studio) utilizzando strumenti rotanti ad alta velocità (turbina), si possono generare polveri sottili (es. polveri di metalli pesanti come cromo-cobalto, o polveri di composito e resina). In questo caso l’odontotecnico ha il dovere di segnalare la natura di tali polveri nelle istruzioni d’uso, raccomandando, ad esempio, la fresatura extra-orale, l’uso di irrigazione idrica per abbattere i residui e l’impiego di specifici dispositivi di protezione (mascherine FFP3 e occhiali protettivi); 2) evitare, o quanto meno mitigare, la Liberazione di monomero residuo, specificamente, nel caso di ritocchi intensivi su resine non perfettamente polimerizzate o lavorate in modo errato, è possibile che il materiale si surriscaldi, potenzialmente riattivando o liberando piccolissime quantità di monomero libero irritante, direttamente a contatto con le mucose del paziente e/o degli astanti.

L’odontotecnico assolvendo adeguatamente a questi importanti doveri informativi (spesso colpevolmente trascurati) può ovviare ai suddetti inconvenienti, limitandosi ad apportare le dovute aggiunte ed integrazioni alla documentazione obbligatoria da consegnare all’odontoiatra insieme al dispositivo (cioè la Dichiarazione di Conformità e i suoi allegati).

Conseguentemente, le istruzioni d’uso del DMSM realizzate dall’odontotecnico dovrebbero prevedere una sezione apposita dedicata all’utilizzatore professionale (cioè il medico odontoiatra prescrittore), quindi una sezione nella quale si esplicitano tutte le avvertenze tecniche di rifinitura e tutti i protocolli di sterilizzazione/disinfezione clinica prima della messa in servizio del dispositivo; ed inoltre, le suddette istruzioni d’uso dovrebbero contenere un’apposita sezione dedicata al paziente (il c.d. “utilizzatore finale”), focalizzata specificamente sull’uso ordinario e sull’igiene del dispositivo (informativa che viene già, normalmente, assicurata).

Nell’ipotesi in cui l’odontoiatra, pur avendo ricevuto le istruzioni d’uso (appunto dedicate all’utilizzatore professionale) e contenenti tutte le avvertenze tecniche di rifinitura del DMSM e tutti i protocolli di sterilizzazione/disinfezione clinica prima della messa in servizio del dispositivo, esegua modifiche sostanziali al manufatto, al di fuori dei limiti e delle tolleranze indicate nelle istruzioni d’uso messe a disposizione da parte dell’odontotecnico, la responsabilità sulla sicurezza clinica e sulla conformità strutturale del dispositivo medico su misura così come da quest’ultimo (colpevolmente) messo in servizio, inevitabilmente viene a spostarsi interamente sul medico.

Addirittura, in casi estremi, di radicale inosservanza da parte dell’odontoiatra delle avvertenze tecniche di rifinitura e di tutti i protocolli di sterilizzazione/disinfezione clinica prima della messa in servizio del dispositivo, si potrebbe giungere a qualificare lo stesso odontoiatra come vero e proprio “nuovo fabbricante” del dispositivo medico su misura ai sensi dell’MDR – REG. UE 745/2017.

Avv. Gianfranco Manzo

Ovviamente, in merito ai materiali più complessi utilizzati nel laboratorio odontotecnico, ad esempio per la zirconia monolitica, per i dischi in Cromo-Cobalto CAD/CAM o per i polimeri per stampa 3D, oltre che per la ceramica, per meglio definire la guida tecnica che l’odontotecnico dovrà mettere a disposizione del clinico, per la eventuale fase di prova o di adattamento occlusale/marginale del DMSM, l’odontotecnico dovrà definire e realizzare una vera e propria guida tecnica rigorosa, da allegare al Dispositivo Medico Su Misura (DMSM).

In altre parole, l’odontotecnico dovrà tradurre le caratteristiche chimico-fisiche dei materiali avanzati in istruzioni operative chiare per l’odontoiatra, affinché quest’ultimo possa procedere in sicurezza e nel pieno rispetto delle norme di legge, ai necessari adattamenti del dispositivo medico, per garantire sia il diritto alla salute del paziente oltre che i diritti di tutti gli altri soggetti esposti ad eventuali rischi professionali.

Per la redazione del presente articolo si ringrazia il Centro Servizi Antlo in persona della Sig.ra Fiorella Manente per la cortese consueta collaborazione prestata.

[1] G. Manzo, L’Odontotecnico ed il risarcimento danni da Implantologia – Antlo On-line n°1/2022, pag.4.

 

 

TikTok, il nuovo social di ANTLO per raccontare l’odontotecnica “in pillole”

Ancora un fresco venticello di novità in ANTLO. Il ventaglio di strumenti di comunicazione dell’Associazione si è arricchito infatti del canale ufficiale TikTok. L’approdo sulla piattaforma social, frequentata in Italia da quasi 6 milioni di utenti tra i 13 e i 24 anni, ha sicuramente una sua radice nel desiderio di stabilire un ponte tra ANTLO e le nuove generazioni di odontotecnici. Un obiettivo a medio termine è infatti quello di intercettare un target di studenti e neodiplomati che si affacciano alla professione, comprenderne bisogni, aspettative e potenzialità, appassionarli al lavoro supportandoli nella formazione e stimolandone i contributi attivi. Si tratta di una scommessa che richiederà tempo e cura nella ricerca di contenuti attrattivi che possano sfruttare al meglio il potente algoritmo della più popolare piattaforma di videosharing in grado di diffondere rapidamente gli elementi postati.

Ma sarebbe improprio ridurre la scelta di attivare un canale su TikTok solo a un modo per strizzare l’occhio ai giovanissimi. La community in costruzione abbraccia già un pubblico di professionisti destinatari di una formazione permanente attraverso organici e puntuali aggiornamenti in pillole. Novità in materia fiscale, adeguamento alle ultime normative, innovazioni tecnologiche, approfondimenti culturali: la gamma dei contenuti comprende tutto ciò che può essere di supporto all’esercizio della professione, accessibile comodamente dallo smartphone e con una velocità adeguata ai ritmi sempre più sostenuti che oggi scandiscono il lavoro. In controluce si legge un modo dinamico e fresco per narrare un settore in vertiginosa evoluzione come l’odontotecnica dove la condivisione delle esperienze e delle conoscenze è oggi più che mai vitale. E, auspicabilmente (e scusate il calembour), “virale”.

 

A ottobre torna il Colloquium Dental Show

Ortho-ANTLO curerà la sezione ortodontica del congresso

AI, software d’avanguardia, apnee notturne e MAD tra i temi trattati

Conto alla rovescia iniziato per il Colloquium Dental Show, la grande kermesse internazionale dedicata all’innovazione nel settore dentale che si svolgerà dal 15 al 17 ottobre nella nuova location delle Fiere di Parma. Un evento che attende oltre 15.000 partecipanti da tutto il mondo e una straordinaria occasione di formazione e informazione scientifica a cura di relatori di fama i cui contributi saranno tradotti simultaneamente in quattro lingue.

In questo contesto, che si configura anche come un grande hub di professionisti e aziende, foriero di infinite possibilità di networking, un ruolo di primo piano sarà giocato da ANTLO, presente alla manifestazione come partner e associazione patrocinante. Un ampio spazio espositivo e soprattutto la cura del segmento ortodontico del programma scientifico confermano ancora una volta il prestigio di ANTLO e il valore delle sinergie che è in grado di mettere in campo. A riguardo determinante e come sempre fecondo è stato il ruolo di Ortho-ANTLO che, anche in questa occasione, ha schierato un illustre parterre di relatori e una piattaforma di contributi scientifici in sintonia con i nuovi scenari che oggi si aprono all’odontoiatria e alla tecnica ortodontica. Del resto, come sottolinea Mario Miceli che della sezione ortodontica di ANTLO è il responsabile culturale, «Ortho-ANTLO in questi anni ha puntato molto a valorizzare la figura del tecnico ortodontico specializzato mantenendo standard elevati negli appuntamenti convegnistici e formativi e contribuendo in tal modo a rafforzare il ruolo di ANTLO come interlocutore prezioso a livello associativo nazionale e internazionale».

E basta scorgere il programma delle relazioni della sessione ortodontica di Colloquium Dental, previsto per venerdì 16 ottobre, per comprendere la declinazione concreta di parole chiave come ‘competenza’ ed ‘eccellenza’. Alla seduta prenderanno parte il maestro Fabio Fantozzi, l’informatico specializzato in AI Gianmarco Bovini in coppia con il maestro Gianluca Forni, l’informatico Fabio Meola, il clinico Domenico Viscuso insieme al maestro Michele Iannotta, il tecnico specializzato maestro Stefano Negrini.

Mario Miceli. Responsabile OrthoANTLO

«Si parlerà» – anticipa Miceli – «delle nuove sfide poste dall’Intelligenza Artificiale e dunque dell’evoluzione che l’odontoiatria e la tecnica ortodontica stanno conoscendo. E quindi di digitale, di stampa 3d, di gestione del laboratorio tramite un nuovo software all’avanguardia per la tecnica ortodontica oltre che per i protesisti, e naturalmente anche di analogico. Inoltre si affronterà un tema quanto mai attuale come quello delle apnee notturne che oggi sono riconosciute come un fattore di rischio per la sicurezza stradale perché correlate alla sonnolenza diurna e alla ridotta vigilanza. In Italia un decreto ministeriale del 2016, recependo la Direttiva 2014/85/UE che stabilisce i criteri medici per la guida nei soggetti con disturbi respiratori del sonno, consente la guida ai pazienti affetti da apnea solo se la malattia è adeguatamente trattata e controllata. E poiché i trattamenti strumentali comprendono, oltre la C-Pap, anche i Dispositivi di Avanzamento Mandibolare (MAD), ecco che oggi più che mai vengono alla ribalta le figure dell’odontoiatra e del tecnico ortodontico» – sottolinea Mario Miceli. «Non si poteva non affrontare un argomento così cruciale in una manifestazione di tale portata. Auspichiamo una folta partecipazione sia per il grande interesse di tutti i temi discussi sia per il prestigio del collegio di relatori provenienti da tutte le sigle delle associazioni ortodontiche che sempre abbiamo il piacere di invitare ai nostri eventi.

«Ortho-ANTLO del resto è un cantiere in continuo fermento e sempre aperto alle collaborazioni» – ricorda ancora Miceli – «Già siamo pronti a dare il nostro contributo al congresso mondiale 2028 dell’AIOI (Academia International de Ontologia Integral), la cui filiale italiana tra l’altro ha concesso il patrocinio allo stesso Colloquium Dental. Lo faremo con piacere data anche la grande e ormai consolidata sintonia tra ANTLO e la Presidente mondiale Regina Queiroz. Nel frattempo, mentre continua Giovediamoci, l’appuntamento culturale con le conferenze on line di ANTLO Nord Est, abbiamo già messo a punto il programma del Congresso di Padova che si terrà a febbraio e siamo pronti per anche lo IAM (International ANTLO Meeting) fissato per settembre 2027».

Ecco le novità per i datori di lavoro con dipendenti in smart working (lavoro agile)

Se siete datori di lavoro con dipendenti in smart working, occorre fare attenzione alle nuove regole e all’aggiornamento del documento di valutazione dei rischi come previsto dal decreto 81/08 (Testo unico sulla sicurezza negli ambienti di lavoro).

La Legge n. 34/2026 interviene su un obbligo già previsto dall’articolo 22 della Legge n. 81/2017.

In cosa consiste la novità?

Dal 7 aprile 2026, per garantire e tutelare la sicurezza dei propri dipendenti che operano al di fuori degli uffici aziendali, le aziende devono consegnare almeno una volta all’anno un’informativa scritta sia al lavoratore sia al rappresentante dei lavoratori per la sicurezza (RLS) per spiegare in modo chiaro quali sono i rischi generali e specifici legati al lavoro da casa, compresi i pericoli derivanti dall’uso prolungato del computer e degli schermi.

Cosa rischiano le aziende? La nuova norma, che va ad aggiornare direttamente il Testo Unico sulla Sicurezza (D.lgs. 81/2008), non fa sconti a chi non si adegua. In caso di mancata consegna dell’informativa al lavoratore e al RLS, le conseguenze per il datore di lavoro sono severe: scatta l’arresto (da due a quattro mesi) oppure un’ammenda economica che può arrivare fino a 7.403,96 euro. Infine, la normativa ricorda che la sicurezza è un lavoro di squadra: se da un lato l’azienda deve informare e prevenire, dall’altro il lavoratore ha il preciso obbligo di collaborare e rispettare le misure di protezione stabilite dal datore di lavoro per lavorare in modo sicuro anche da casa. Il lavoratore non può dire: «Lavoro come voglio perché sono a casa mia». Deve attenersi alle linee guida ricevute, altrimenti si assume la responsabilità esclusiva di eventuali danni alla propria salute e le conseguenze sono pesanti.

L’informativa non è più un mero adempimento burocratico, ma diventa il principale strumento attraverso cui trasferire conoscenze e indicazioni operative.

Cosa devono fare le aziende da subito? Alla luce delle nuove disposizioni, le imprese sono chiamate a intervenire tempestivamente per evitare sanzioni. In particolare, è necessario:

  • predisporre o aggiornare l’informativa sulla sicurezza;
  • garantire la trasmissione annuale ai lavoratori e al RLS;
  • documentare l’avvenuta consegna;
  • integrare la formazione sui rischi specifici del lavoro agile;
  • valutare eventuali esigenze di sorveglianza sanitaria.

ATTENZIONE: in base alla normativa sullo smart working (Legge 81/2017 e successivi aggiornamenti come la Legge 34/2026), il datore di lavoro ha l’obbligo di attivarsi e dimostrare di aver adempiuto correttamente a quanto previsto dalla legge (comunicazioni documentate); non ha l’obbligo di effettuare ispezioni fisiche presso il domicilio del dipendente, ma ha un obbligo di vigilanza indiretta.

Nessun “potere di ispezione” automatico: il datore di lavoro non può entrare in casa del lavoratore senza il suo consenso (per via dell’inviolabilità del domicilio). Pertanto, non è obbligato a verificare de visu la postazione.

L’obbligo di informativa (Vigilanza Formale): l’obbligo principale del datore di lavoro è fornire l’informativa scritta annuale (quella di cui abbiamo parlato prima). Una volta consegnata l’informativa e ricevuta l’autodichiarazione del dipendente, il datore ha assolto gran parte del suo compito di prevenzione.

La responsabilità in caso di infortunio: se accade un infortunio, il datore di lavoro è tutelato se riesce a dimostrare di aver: 

  • fornito un’informativa chiara sui rischi;
  • consegnato attrezzature a norma (se fornite dall’azienda);
  • ricevuto dal lavoratore la conferma (l’autodichiarazione) che il luogo scelto è idoneo.

Il dovere di “richiamo”: se il datore di lavoro viene a conoscenza (ad esempio tramite segnalazione o foto inviate dal dipendente) che il lavoratore opera in condizioni palesemente pericolose (es. sul balcone, in un locale senza luce o con cavi scoperti), ha l’obbligo di intervenire intimando al dipendente di cambiare postazione o di rientrare in ufficio.

In sintesi: il datore di lavoro è obbligato a istruire il lavoratore su come stare al sicuro, ma la scelta e la gestione quotidiana del luogo di lavoro spettano al dipendente, che ne diventa responsabile civile.

Per chi avesse necessità di ulteriori informazioni, della modulistica per informare i dipendenti e dell’autodichiarazione che questi ultimi devono sottoscrivere, il Centro Servizi ANTLO è a disposizione.

 

 

Il meeting internazionale di Oral Design nel ricordo del fondatore

La partecipazione di ANTLO al Memorial Willi Geller di Trento

Paolo Mola: «Un grande riconoscimento per la nostra Associazione»

 

È stato un genio e un innovatore. Willi Geller, che con la sua creatività e il suo intuito pioneristico ha scoperto materiali e tecniche recepiti in tutto il mondo, ha lasciato un’impronta indelebile nel mondo dell’odontotecnica e dell’odontoiatria. A lui e alla sua preziosa eredità è stato dedicato il Memorial Willi Geller che si è svolto a Trento nella cornice del Centro Congressi Interbrennero il 5 e il 6 giugno. Una kermesse internazionale che ha visto intrecciarsi workshop e conferenze tenuti da esperti mondiali e costruiti intorno alla figura e all’eredità culturale del grande maestro.

Per ANTLO, rappresentata per l’occasione dal presidente nazionale Michele Di Maio e dal vicepresidente nazionale Paolo Mola, è stato un onore l’invito a collaborare e a presenziare l’evento. E nelle parole di Paolo Mola è ancora palpabile l’entusiasmo e la soddisfazione per una partecipazione che aggiunge un importante tassello al coté di riscontri che suggellano il peso e la vitalità dell’associazione.

«Siamo stati ben felici» – dichiara Mola – «di essere invitati e sostenere questo evento dedicato a Willi Geller. È evidente che l’Oral Design International Foundation, il gruppo internazionale di illustri ceramisti fondato da Geller nel 1982, riconosce in ANTLO un’associazione di altissimo livello in Italia con un solido know-how nell’organizzazione di eventi di divulgazione scientifica».  Ma chi è stato veramente Willi Geller e quale si può considerare la sua eredità? «Geller è considerato uno dei più grandi ceramisti che sia mai esistito a livello mondiale. Ha rivoluzionato con la sua filosofia nel campo dell’estetica il modo di utilizzare la ceramica ed è stato una fonte di ispirazione per tutta una generazione di odontotecnici, compresa la mia, a partire dagli anni ’80. È stato un innovatore nel modo di intendere l’estetica secondo principi quali la bellezza come copia della natura, le asimmetrie, l’impostazione, l’armonia complessiva nel cavo orale. Questo secondo me è il suo più grande insegnamento che ha peraltro esposto e condiviso in tutto il mondo».

Il magistero del celebre tecnico dentale è stato ripercorso nell’ambito di sei workshop e dodici conferenze che, riattraversando la sua passione per l’estetica e l’inesausta ricerca della perfezione nell’oral design, hanno saputo coniugare il ricordo del maestro con i frutti odierni di quella filosofia che si riflette nell’uso dei materiali e nelle creazioni degli oral designer contemporanei.

«In effetti la prima tranche della due giorni cioè venerdì 5» – spiega ancora Mola – «i workshop hanno affiancato alla riflessione teorica una parte pratica volta sostanzialmente a illustrare come interpretare un lavoro con la tecnica, dall’uso della faccetta alla preparazione della gengiva e così via. Sabato 6 le conferenze, sempre nel loro impeccabile rigore scientifico, hanno ricostruito l’insegnamento di Willi Geller anche attraverso il ricordo personale. Ed è stato un momento toccante. Del resto lo stesso Geller è stato un maestro anche per l’empatia che riusciva a trasmettere al pubblico e per un modo di insegnare che affascinava e che non a caso gli ha creato un folto seguito di odontotecnici in tutto il mondo».

Il riverbero cosmopolita del contributo da lui lasciato è stato comprovato dalla variegata composizione internazionale del parterre di relatori. «Abbiamo assistito a interventi di altissimo spessore» – continua il vicepresidente ANTLO – «con oratori che provenivano dagli Stati Uniti, dall’Iran, dal Sudamerica, dal Giappone e da tanti altri Paesi. Per questo l’inglese è stato scelto come lingua ufficiale con traduzione simultanea in italiano. È doveroso dar merito a chi ha organizzato in maniera eccellente un meeting di tale livello, cioè Sonia Battazzo e Stefano de Melchiori, che hanno curato ogni dettaglio, dalla calorosa accoglienza alla parte conviviale e al pieno rispetto dei tempi. Si è respirata una bellissima atmosfera in cui era ben visibile la soddisfazione di tutti i partecipanti». E la partnership di ANTLO in questo evento comincia a proiettare l’associazione verso nuovi confini? «Sicuramente la partecipazione al Memorial Willi Geller ha fornito agli odontotecnici italiani e quindi anche ai soci ANTLO la possibilità di confrontarsi con colleghi di tutto il mondo su altre visioni e altri modi di lavorare e da questo possono nascere spunti interessanti per il futuro. E non dimentichiamo che la Fondazione Oral Design annovera tra le sue fila esponenti e relatori di ANTLO come Stefano Esposito, che è membro del Direttivo ANTLO Campania, e naturalmente Giuseppe Zuppardi che è stato il primo membro del gruppo Oral Design nonché special guest e oratore del Memorial Willi Geller» – conclude Paolo Mola.

 

Odontotecnici e diplomi: qual è lo stato attuale in Italia?

Partiamo da lontano: i diplomi di abilitazione all’arte sanitaria ausiliaria di odontotecnico conseguiti entro l’anno scolastico 1995/1996 hanno valore abilitante a patto che risultino così:

Deve cioè comparire la dicitura “abilitazione”.

 

Ma oggi qual è la situazione? Chi, pur avendo già avviato un laboratorio odontotecnico come titolare,  ha progettato di trasferire i locali in altra regione / provincia deve notificare alla CCIAA la variazione. Quali sono allora i documenti richiesti dalla CCIAA per iscrivere un laboratorio   odontotecnico all’Albo delle Imprese Artigiane? Purtroppo, mentre nel passato le norme erano “permissive”, oggi sono diventate più “restrittive”.

Quando si presenta la Comunicazione Unica (ComUnica) per l’iscrizione all’Albo delle Imprese Artigiane, la CCIAA verifica il possesso dei requisiti professionali. Trattandosi di un’attività che produce “dispositivi medici su misura”, la legge impone che il titolare (o almeno uno dei soci, a seconda della forma giuridica) sia legalmente abilitato alla professione.

È necessaria infatti la registrazione al Ministero della Salute ovvero l’iscrizione come fabbricante di dispositivi medici su misura nell’apposito elenco del Ministero (senza, può essere bloccata la posizione in CCIAA).

Ora, chi possiede un “diploma di qualifica” rilasciato entro l’anno scolastico 1995/1996 può vedersi rifiutare l’apertura della posizione in CCIAA in quanto non risulta abilitato (e sono notizie di questi giorni!!).

Cosa fare in questo caso? Ecco i passaggi:

  • Verifica e Certificazione: contattare la segreteria didattica della scuola dove si è sostenuto l’esame per:
  • Richiedere un certificato storico e/o i registri degli esami di Stato: bisogna chiedere se nel proprio fascicolo risulta il superamento dell’esame di abilitazione. Se agli atti risulta che si è regolarmente abilitati, occorre farsi rilasciare un documento ufficiale che attesti il superamento dell’esame di abilitazione oppure rivolgersi a https://www.mim.gov.it/web/guest/cerca-gli-urp-sul-territorio . Se invece si conferma che si è in possesso della sola qualifica e non dell’abilitazione, la scuola (se è un istituto professionale statale o paritario con indirizzo odontotecnico attivo) può aiutare a regolarizzare la posizione.

Dal 1996 in poi, il percorso per diventare odontotecnico subisce una profonda riorganizzazione normativa con l’obiettivo di uniformare i titoli su tutto il territorio nazionale.

Si arriva al percorso 3+2: chi si fermava al 3° anno otteneva il diploma di qualifica di Operatore Meccanico del settore Odontotecnico che permette di lavorare solo come dipendente. Perciò chi, in possesso di tale diploma di qualifica, avesse intenzione di aprire un laboratorio odontotecnico come titolare, ha la possibilità di ottenere l’abilitazione. Per tutte le informazioni e le tempistiche si consiglia di contattare un istituto scolastico.

Il passaggio definitivo al percorso obbligatorio di 5 anni (senza più la “sosta” della qualifica triennale) è avvenuto con la Riforma Gelmini (D.P.R. 87/2010), con l’obbligo dell’esame di Stato e il successivo esame di abilitazione che si sostiene solitamente tra settembre e ottobre dello stesso anno.

Veniamo ora alle dolenti note. Un problema molto diffuso (spesso per colpa dei consulenti che preparano le pratiche ma difettano delle necessarie conoscenze!) consiste nel trovare soggetti assunti con mansioni di odontotecnici senza le qualifiche.

Per l’assunzione come dipendente, i documenti richiesti si dividono tra quelli personali standard e quelli professionali specifici per il settore odontotecnico.

Esaminiamo i documenti professionali (titoli di studio).

Per lavorare come dipendente in un laboratorio, si deve dimostrare di avere la qualifica necessaria ovvero:

  • Diploma di Qualifica (triennale): è il requisito minimo. Dopo i primi 3 anni di istituto professionale si ottiene il titolo di Operatore Meccanico del settore Odontotecnico, che permette di lavorare esclusivamente come dipendente.
  • Diploma di Maturità (quinquennale): se è stato completato il ciclo di studi di 5 anni, si dovrà presentare il diploma di maturità professionale.

Per quanto riguarda l’Abilitazione Professionale (ottenuta dopo l’esame di Stato), essa non è sempre richiesta dal titolare poiché per il lavoro dipendente può bastare la qualifica triennale o il diploma di maturità.

Si ricorda inoltre che, come da CCN, in laboratorio può essere assunto del personale senza diploma di odontotecnico ma le sue mansioni saranno:

  • Segreteria: gestione degli appuntamenti con gli studi dentistici, fatturazione e archiviazione delle ricette mediche.
  • Logistica: consegna e ritiro dei lavori presso i clienti (studi odontoiatrici).
  • Igiene degli ambienti: sanificazione e riordino del laboratorio e delle postazioni di lavoro.

 

È fondamentale ricordare quanto stabilito dal

REGIO DECRETO 27 luglio 1934, n. 1265 Approvazione del testo unico delle leggi sanitarie. (034U1265) Entrata in vigore del provvedimento: 24/08/1934 (Ultimo aggiornamento all’atto pubblicato il 03/01/2024)

Art. 140.

Chiunque intenda esercitare un’arte ausiliaria delle professioni sanitarie deve aver raggiunto la maggiore età ed essere munito di licenza rilasciata dalle scuole appositamente istituite per impartire l’insegnamento delle arti medesime.

I limiti e le modalità di esercizio delle singole arti sono determinati nel regolamento, emanato su proposta del Ministro per l’interno, di concerto con quello per l’educazione nazionale.
La istituzione delle scuole indicate nel primo comma è autorizzata con decreto Reale promosso dal Ministro per l’interno, di concerto con quello per l’educazione nazionale.

Art. 141.

((Chiunque, non trovandosi in possesso della licenza prescritta dall’articolo 140 o dell’attestato di abilitazione richiesto dalla normativa vigente, esercita un’arte ausiliaria delle professioni sanitarie è punito con la sanzione amministrativa pecuniaria da euro 2.500 a euro 7.500)).

[N.B.: La sanzione massima applicata è pari a 7.500 euro]

Il prefetto, indipendentemente dal procedimento giudiziario per l’esercizio abusivo di un’arte ausiliaria delle professioni sanitarie, può ordinare la chiusura temporanea del locale, nel quale l’arte sia stata abusivamente esercitata e il sequestro del materiale destinato all’esercizio di essa. Il provvedimento del prefetto è definitivo.

Si consiglia caldamente di verificare tutte le posizioni ricordando che:

–  in laboratorio devono essere presenti i diplomi di qualifica/abilitazione dei titolari e almeno le fotocopie di quelli dei dipendenti collaboratori;

– occorre verificare inoltre, in merito ai documenti MDR 2017/745, cosa scritto, se presente, nell’organigramma mansionario e nei piani di fabbricazione/protocolli operativi. Nel caso in cui fossero assegnati degli incarichi ai non diplomati rivedere il tutto.

E adesso proviamo a rispondere a possibili quesiti.

D: Un odontotecnico con diploma straniero può lavorare in Italia? Posso assumere un odontotecnico con diploma acquisito in Paesi UE o Paesi Extra UE? Ho acquisito un diploma in Paesi UE o Paesi Extra UE: posso aprire un laboratorio odontotecnico?

R: Sì, ma non in modo automatico. È necessario ottenere il riconoscimento del titolo professionale per esercitare la professione, che in Italia è regolamentata. Ecco i punti chiave basati sulle normative vigenti al 2026:

Riconoscimento del Titolo (Equipollenza)

Il diploma estero deve essere riconosciuto come equivalente a quello italiano per poter lavorare.

 

A seconda del caso specifico è necessario collegarsi al link di interesse dove si troveranno tutte le informazioni necessarie per le procedure.

Se tutta la documentazione è in ordine, per concludere, indicativamente, si impiegano 4 mesi circa ma, se dopo aver esaminato la documentazione, emerge che la formazione ricevuta all’estero non è del tutto equivalente a quella richiesta in Italia per la professione di odontotecnico, il Ministero indica delle misure compensative e quindi i tempi si allungano.

D: Quali possono essere le misure compensative?

R: Le misure compensative sono prove stabilite dal Ministero della Salute per colmare eventuali differenze tra la formazione romena e quella italiana. In base al decreto individuale che si riceverà dopo la domanda, solitamente si può scegliere tra due opzioni:

  • Prova attitudinale in sede: solitamente si svolge a Roma presso sedi convenzionate con il Ministero o altra sede individuata dal Ministero. È un esame che verifica le competenze teoriche e pratiche. Si articola generalmente in:
  • Prova pratica: esecuzione di manufatti protesici (es. montaggio denti, modellazione in cera o ceramica) per verificare le abilità tecniche.
  • Prova orale: un colloquio in lingua italiana per valutare le conoscenze teoriche sulle materie indicate nel decreto di riconoscimento.
  • Tirocinio di adattamento: consiste in un periodo di pratica professionale monitorata in Italia.
  • Durata: può durare fino a un massimo di 3 anni, a seconda delle carenze riscontrate nel piano di studi. Si può svolgere il tirocinio presso un laboratorio odontotecnico privato o una struttura autorizzata su tutto il territorio nazionale. Il laboratorio deve essere regolarmente iscritto e il titolare deve fungere da tutor. Il progetto formativo deve essere preventivamente approvato dal Ministero della Salute o da una struttura idonea.
  • Obiettivo: approfondire le conoscenze specifiche del contesto normativo e tecnico italiano.
  • Materie d’esame comuni: solitamente l’esame si svolge a Roma presso sedi convenzionate con il Ministero o sede individuata dal Ministero. Le materie variano in base al curriculum del candidato, ma spesso includono:
    • Tecnologia dei materiali dentali
    • Gnatologia e anatomia dentale
    • Protesi fissa e mobile.
    • Normativa sanitaria e deontologia professionale italiana

Nota importante: la prova attitudinale è spesso preferita dai professionisti perché permette di ottenere l’abilitazione più velocemente rispetto a un lungo tirocinio. In caso di esito negativo, è possibile ripetere la prova dopo un periodo di almeno sei mesi.

  • Convocazione: non ci si può presentare spontaneamente. Si riceverà una convocazione ufficiale dal Ministero o si dovranno consultare i calendari pubblicati periodicamente sul sito del Ministero della Salute.
Fiorella Manente

Altre informazioni (modalità di partecipazione, indicazioni operative etc. etc.) si possono trovare accedendo da questo link:

https://www.salute.gov.it/new/it/news-e-media/notizie/misura-compensativa-il-riconoscimento-della-qualifica-di-odontotecnico/

D.: Il riconoscimento darà anche l’abilitazione a diventare titolare?

R: Sì, il decreto di riconoscimento del Ministero della Salute abilita a tutti gli effetti all’esercizio della professione di odontotecnico in Italia, permettendo di lavorare sia come dipendente che come titolare di un laboratorio.

Estratto da decreto riconoscimento richiesto da un odontotecnico

 

 

 

 

SU COL MOLARE
Romanzo imperfetto di un artigiano del sorriso

A chi lavora con pazienza invisibile, e sa che anche il silenzio, a volte, costruisce.

Tra fuoco e acqua, tra gesso e ceramica, vive la storia di un uomo che ha imparato a creare senza distruggere. Su col molare non è un manuale, né un ricordo. È un viaggio dentro il mestiere, dentro la materia e dentro di sé.
Un racconto laico e luminoso, dove ogni fusione è una rinascita, ogni imperfezione una prova di umanità, ogni silenzio una preghiera in equilibrio tra il gesto e il pensiero. Nel laboratorio di Enrico, tra strumenti che sembrano reliquie e odori di metallo
e resina, il tempo si ferma, la solitudine diventa compagnia, e il lavoro quotidiano si trasforma in un atto d’amore
verso la vita. Un romanzo che parla di materia e di anima, di famiglia, di luce, di cicatrici, e del mistero semplice che unisce tutto:
l’arte di riparare.

 

Prologo – L’impronta

Notte fonda. Il laboratorio è fermo, ma non tace. C’è un silenzio diverso qui dentro: non quello dell’assenza, ma quello che precede la creazione. La luce del neon, rimasta accesa, disegna sul muro l’ombra del banco — un’ombra curva, come se anche il banco avesse una schiena stanca e viva.

Sopra, un calco ancora umido. Il gesso trattiene le linee di un sorriso che non conosco.Mi avvicino, lo guardo: sembra la sezione di una
memoria. Ogni dente, ogni spazio, è una cavità dove il tempo si è fermato.
Un’impronta: l’istante in cui la materia cede per diventare forma.
Fuori, Milano dorme male. Io no. A casa, Angela e Viola staranno già dormendo — lei, mia moglie, con quella pazienza antica di chi accetta
le ore che rubo al sonno; Viola, leggera come la polvere del gesso, con Harley ai piedi del letto.
Quel batuffolo bianco, il nostro barboncino, che ogni volta che torno tardi mi fiuta come a riconoscermi: sì, è ancora lui, quello che lavora con il fuoco. Poi si riaccuccia, fedele come un respiro.

A volte penso che anche la famiglia sia una forma di laboratorio invisibile: si plasma, si cuoce, si raffredda, si lucida, si rompe e
si ricompone. E come la ceramica, più la vita ti scalda, più diventi resistente. Mi avvicino al forno. La bocca aperta sembra quella di un vulcano addomesticato. Dentro, il calore pulsa come un cuore antico. Non distrugge: crea. È un sole in miniatura che trasforma la polvere in
sostanza, il fragile in eterno.

La ceramica, ancora in polvere, aspetta di diventare tutt’uno col metallo. È l’atto più alchemico che conosca: due nature diverse
che si fondono fino a non potersi più separare. Non è tecnica, è fede. Ogni fusione è un rito, ogni errore una preghiera imperfetta.

Mi siedo. Respiro lentamente. Il banco davanti a me ha le cicatrici dei giorni passati, le macchie del tempo. Eppure continua a sostenere tutto: i pesi, gli sbagli, le idee. Forse il banco sa più cose di me. Penso a Viola, che da piccola mi guardava lavorare come si guarda un prestigiatore. Penso ad Angela, che ha imparato a tradurre il mio silenzio in comprensione.
Penso ad Harley, che dorme sempre con un orecchio teso, come se avvertisse anche da lontano il mio battito sincronizzato con quello del forno. E capisco che la materia non è solo materia: è memoria che si scalda per non spegnersi. Da qualche parte, nel buio, la bocca del vulcano vibra e respira. Sembra viva. Sembra dire che il fuoco, se impari ad ascoltarlo, non
brucia — trasforma. Da lì, comincia la storia.

Capitolo 1 – La prima fusione

La prima volta che vidi il metallo liquefarsi, capii che la creazione comincia sempre da una resa. Per fondere bisogna accettare di cedere forma, rigidità, controllo. Solo allora la materia smette di resistere e comincia a vivere. Il crogiolo tremava, la fiamma lo circondava come un
respiro. Dentro, il metallo diventava luce. Non una luce pura — una luce viva, imperfetta, che portava con sé le proprie ombre.
Sulle pareti restavano attaccate piccole scorie: residui di ciò che non aveva saputo fondersi, frammenti testardi, come ricordi che non vogliono bruciare. Le guardai, e pensai che anche noi siamo così: crogioli che trattengono le impurità del tempo. Ogni stagione della vita lascia dietro di sé scorie, abitudini, paure.
Eppure, senza quelle ferite, la fusione non sarebbe mai completa. Il metallo nuovo non nasce pulito: nasce rinnovato. Mi avvicinai al forno.
La bocca era un piccolo vulcano addomesticato. Dentro, il calore pulsava come un cuore. Mi venne spontaneo chinare il capo — non per paura, ma per rispetto.Il metallo non è docile: si concede solo a chi lo ascolta. Quando versai il contenuto nel cilindro, il suono fu
netto, primordiale. Lì, tra fiamma e gravità, capii che l’atto del fondere non riguarda solo la materia.
È un modo di rinnovarsi, di lasciare dietro ciò che pesa. Come nella vita, le scorie restano nel crogiolo, ma tudiventi qualcos’altro.          Angela, quella mattina, mi aveva sorriso come si sorride a chi parte per un viaggio che non si può fermare.
Mi conosceva: il tempo del forno non è quello dell’orologio. E Viola, ancora bambina, mi aveva lasciato sul tavolo un disegno: un dente con le ali. Aveva scritto sotto, storta: Papà, non bruciarti. L’ho piegato e messo nel cassetto. Da allora, non inizio mai una fusione senza aprirlo
prima. La fusione andò bene. Il metallo si distese come acqua pesante, trovando la sua nuova forma. L’odore era forte, acre, primordiale.
In quel momento pensai che ogni atto di creazione è una confessione: la materia ammette le proprie debolezze, e io le mie.
Senza quel patto di fragilità, nulla si unisce davvero. Quando spensi il forno, il laboratorio sembrò più grande. Fuori, il giorno iniziava a filtrare. Harley mi aspettava, il muso appoggiato al pavimento, con gli occhi che chiedevano carezza e colazione. Mi abbassai, la accarezzai piano: il suo pelo aveva l’odore di casa, di pace, di ritorno. Mi guardai le mani. Sporche, annerite, ma più leggere. Avevano lasciato dietro di sé una parte inutile, come il crogiolo. Forse fondere serve proprio a questo: imparare a
separare ciò che resta da ciò che deve andare. La prima fusione non si dimentica.
È la prima volta in cui capisci che creare è, in fondo, imparare a rinnovarsi.
E che anche il fuoco, se lo rispetti, non distrugge.Purifica.

Capitolo 2 – Il sussurro della resina

Ci sono suoni che non si sentono davvero. Non attraversano l’aria — attraversano te. Il sussurro della resina è uno di quelli. È la voce più discreta che la materia conosca: parla mentre si trasforma. Bisogna solo avere la pazienza di ascoltarla. L’acqua la accoglie, il fuoco la spinge.
Due contrari che si inseguono da sempre. È in quella danza che tutto si crea: la calma e la fiamma, il corpo e lo spirito. La resina non resiste, si affida. Accetta di diventare altro, e proprio per questo resta se stessa. Ogni giorno, in laboratorio, quel dialogo silenzioso si
ripete. L’acqua gorgoglia appena, il calore vibra, la resina si tende.
È un linguaggio primitivo, ma pieno di saggezza. Mi insegna che nulla prende forma senza opposizione, e che persino la dolcezza ha bisogno di un po’ di calore per durare. Fuori, Milano comincia a muoversi. Dentro, il mio mondo resta sospeso tra due ritmi: quello del fuoco e quello del respiro. Il banco è immobile ma vivo. La fiamma danza appena, come una voce che non osa alzarsi troppo. Ogni attrezzo è un prolungamento della mia mano, ogni gesto una preghiera che non ha bisogno di Dio per essere sacra. Angela, quella mattina, mi aveva lasciato un biglietto: Non esagerare con la fiamma. Ascoltala. Come se sapesse che non c’è differenza tra scaldare una resina e amare una persona: in entrambi i casi, se insisti troppo, bruci; se ti fermi, si raffredda. Viola, che da bambina amava i miei strumenti più dei giocattoli, mi aveva chiesto un giorno se anche i denti potessero parlare. Certo, le dissi, ma solo quando li ascolti davvero. Da allora, non riesco più a toccare un calco senza pensare che ogni sorriso che ricostruisco contiene un frammento di silenzio umano. Harley è accovacciata vicino alla porta del laboratorio. Sembra dormire, ma le orecchie si muovono a ogni sibilo del forno.
Quando il sussurro della resina si calma, alza la testa. È come se sapesse che quel suono, impercettibile, annuncia la fine di un piccolo mondo e la nascita di un altro. Mi tolgo i guanti, passo lo straccio sul banco, e il silenzio che resta è più pieno di qualsiasi rumore. La resina si è compiuta: è dente, è forma, è voce muta. Sembra un frammento di tempo che si è lasciato toccare. Fuori, la luce si piega verso la sera.
Io resto immobile per un istante, le mani ancora calde, il cuore fermo come dopo una preghiera. E poi, come ogni volta, sussurro anch’io:
Su col molare.

Capitolo 3 – Le postazioni vuote

Non servì nessun annuncio. In laboratorio le notizie arrivano sempre in silenzio, come la polvere: non sai quando cominciano a depositarsi, ma quando te ne accorgi è già troppo tardi. Un mattino arrivai e trovai i banchi vuoti. Le lampade spente, le spatole allineate, le tazze del
caffè ancora tiepide. Era come se il tempo avesse deciso di andarsene senza salutare. Nessuno disse licenziamento. Si parlò di scelte, di strade nuove, di occasioni. Ma la verità è che il mestiere non è mai un luogo: è una pelle. E quando qualcuno la cambia, tu la senti mancare. Restammo in due. Io e il titolare. Lui più silenzioso del solito, io più giovane ma già più vecchio dentro.
Il laboratorio sembrava enorme, e ogni rumore rimbombava. La fresa, il forno, persino il respiro di Harley sdraiatain un angolo sembravano amplificati. Camminavo tra le postazioni e mi pareva di sentire ancora le voci. Frasi sospese nell’aria: Passami la cera. Metti meno pressione.
Non forzare il gesso. Eco di mani che lavoravano insieme, ora dissolte come vapore. Il banco dei colleghi era ancora caldo.
Ci appoggiai la mano, come si fa su una lapide che non fa male ma punge. E in quel gesto, semplice e inevitabile, sentii un
rispetto nuovo. La solitudine non è una punizione: è una forma di apprendistato. Ti insegna a sentire tutto quello che prima coprivi col
rumore. Nel silenzio imparai la voce dei materiali. Scoprii che il gesso sussurra prima di creparsi, che la ceramica canta piano quando si raffredda bene, che il metallo, se lo ascolti, ha il suono di un respiro profondo. Il titolare, una sera, mi guardò e disse soltanto:
Ogni mestiere ha le sue ceneri. Poi tornò al suo lavoro. Io rimasi a pensare a quella frase fino a tardi. Forse aveva ragione: bisogna imparare a stare nelle ceneri prima di capire il fuoco. Le postazioni vuote erano la mia prova. Ogni banco lasciato libero diventava uno specchio,
ogni attrezzo dimenticato, una domanda. Angela, quando tornai a casa, se ne accorse subito. Che hai? Niente, dissi. È rimasto troppo silenzio.
Lei non rispose. Mi mise una mano sulla spalla, come si fa con chi torna da un viaggio lungo. Harley ci raggiunse e appoggiò il muso sul mio
ginocchio, la coda ferma. Anche lei aveva capito. Il giorno dopo, al banco, accesi il forno da solo. Il rumore era diverso.
Ma il fuoco, quello no. Il fuoco non tradisce mai. Brucia, crea, consola. Allora chiusi gli occhi, respirai e mi dissi piano: Le postazioni sono vuote solo se smetti di credere che la materia ricorda.
E ricominciai a lavorare.

Capitolo 4 – Specchio occlusale

C’è uno specchio piccolo sul banco, rotondo, con il manico consumato. Lo uso per controllare l’interno delle forme, le curve invisibili, gli angoli che la luce diretta non sa raggiungere. Lo chiamano specchio occlusale, ma in realtà è un occhio in più. Serve a vedere dove tu, da solo, non arrivi. Da quando il laboratorio è più silenzioso, ci parlo. Non come un matto — come chi sa che anche le cose hanno memoria.
Gli racconto i pensieri che non dico a nessuno. Forse perché nello specchio non c’è giudizio, solo riflesso. E in certi giorni, è tutto ciò che serve. Una volta, mentre lucidavo una capsula, mi accorsi che nel riflesso non c’era solo il metallo.
C’ero io. Il volto stanco, gli occhi un po’ troppo fermi. Per un attimo non seppi dire se stavo guardando me stesso o la mia ombra.
Poi, la luce cambiò. E capii che lo specchio non mostra mai la verità, ma la versione che sei pronto a vedere. Il banco, alle mie spalle, respirava come un animale addormentato. La lampada piegata in avanti sembrava chinarsi per osservare anche lei.
Harley dormiva sul tappetino, ogni tanto muoveva le zampe come se rincorresse qualcosa nei sogni. Angela, quella mattina, mi aveva detto di prendermi una pausa. Ma ci sono giorni in cui il silenzio chiama più forte del riposo. Guardai di nuovo nello specchio. Vidi il dente rifinito, lucido, perfetto. E accanto a lui, la mia mano: callosa, tremolante, vera. Quella mano non era un attrezzo. Era una storia. Dentro le sue linee c’erano anni di errori, ustioni, risate, notti passate al banco, e la fiducia di chi aveva creduto che il lavoro potesse essere una forma
d’amore. In quel momento capii che il mestiere e la vita condividono la stessa logica: non serve la perfezione, serve la fedeltà. Alla materia, al tempo, a se stessi. Lo specchio occlusale non mente, ma non consola. Ti restituisce solo ciò che metti dentro.
E io, per la prima volta, vidi che dietro l’artigiano c’era ancora l’uomo. Fuori il giorno declinava, le finestre riflettevano un
oro spento. Mi tolsi gli occhiali, li appoggiai sul banco. Lo specchio rimase lì, immobile, come un piccolo sole metallico che custodisce la propria luce. Mi venne voglia di ridere, ma non lo feci. Mi limitai a sussurrare a voce bassa, come a un vecchio amico: Su col molare.

Capitolo 5 – La stanza delle riparazioni

Di notte, il laboratorio cambia pelle. Le luci al neon si fanno più morbide, il respiro delle macchine si placa, e i materiali — come animali stanchi — tornano al loro stato naturale: silenziosi, ma vivi. La stanza delle riparazioni è la più piccola del laboratorio, eppure è quella che trattiene più memoria. Dentro, ogni oggetto porta una cicatrice. Una corona spezzata, un provvisorio incrinato, un dente che ha perso il suo posto nel mondo. Li guardo e penso che, in fondo, non è così diverso dalle persone. Tutti, prima o poi, finiamo in una stanza come questa:
un luogo dove si aspetta di tornare integri. C’è una pace particolare, qui dentro. Non è quiete — è ascolto. Quando lavoro in questa stanza, sento le cose parlare. Il metallo mi chiede pazienza, la ceramica pretende rispetto, il gesso vuole fermezza. È un coro sommesso di fragilità che si affidano. Una volta, sistemando un ponte fratturato, mi accorsi che una linea di frattura somigliava a una venatura della pelle. Allora pensai che anche la materia, come noi, guarisce lasciando il segno. Le crepe non si cancellano: diventano radici. Angela dice che passo troppe ore qui, che a volte il mio silenzio sa di confessione più che di lavoro. Forse ha ragione. Ma io, in questa stanza, non mi sento solo: mi sento
responsabile. Ogni oggetto che rinasce è un piccolo perdono che il mondo si concede. Fuori, tutto dorme.
Harley è distesa vicino alla porta, si muove appena quando la fiamma cambia colore.
Viola, da casa, mi manda un messaggio: Papà, ti sei ricordato di mangiare?
Rispondo con una foto del banco, pieno di strumenti. Lei mette un cuore. È la sua maniera di dirmi che va tutto bene. Accendo la lampada frontale, illumino il pezzo da rifinire. Ogni gesto è misurato, ogni movimento ha il peso di un pensiero. Nel rumore del micromotore sento qualcosa di simile a un rosario meccanico: una ripetizione che non stanca, ma purifica. La stanza delle riparazioni è più di un luogo.
È una soglia. Ci si entra con le mani sporche e si esce con le mani stanche, ma più leggere. È lì che capisci che il lavoro non serve a creare
bellezza, ma a restituire dignità. Spengo la lampada. Guardo il banco. Ci sono frammenti ovunque, ma anche una calma
precisa. Tutto ciò che è passato da qui, anche ciò che non si è potuto salvare, ha lasciato un segno. E forse il senso è proprio questo: non riparare per tornare com’era, ma per diventare qualcos’altro. Harley sbadiglia. La notte si piega verso il mattino. Esco dalla stanza, ma prima di chiudere la porta mi volto, e quasi per riflesso, sussurro: Riposa anche tu. Hai fatto la tua parte. Poi, sorridendo, aggiungo piano: Su col molare.

Capitolo 6 – La linea gengivale

C’è un momento, nel lavoro come nella vita, in cui cominci a riconoscere i confini. Non quelli del banco o della stanza, ma quelli che ti
porti addosso. Li senti nelle mani, nei gesti che non sono più rapidi come un tempo, nei riflessi che arrivano un attimo dopo, nelle piccole esitazioni che nessuno nota, ma tu sì. La linea gengivale mi ha sempre affascinato. È un margine sottile, dove finisce la carne e comincia
la ceramica. Un punto di confine che decide la credibilità di tutto il lavoro. Se sbagli lì, si vede. Se riesci a farla perfetta, non si nota — ma è proprio allora che il dente torna vivo. Lì si incontra l’umano e l’artificiale, il corpo e la
materia, la natura e la mano. È il punto dove il mestiere smette di essere mestiere e diventa ascolto. Perché la gengiva non mente mai: si ritira, sanguina, parla. E tu, per lavorarci accanto, devi imparare il linguaggio del rispetto. Negli anni, quel confine è diventato anche il mio.
Le mani non sono più quelle di un apprendista. Hanno memoria, ma anche lentezza. Ogni tanto mi fermo, le guardo, e mi sorprendo a pensare che sono diventate la mia biografia più sincera. Angela se ne accorge subito quando torno stanco. Ti sei piegato troppo oggi, mi dice.
Io sorrido, ma sa che ha ragione. Il mestiere ti modella la schiena come il fuoco modella il metallo.
Non ti spezza, ti curva. E in quella curva, a volte, si annida la saggezza. Viola ormai è grande. Studia, sogna, disegna ancora denti con le ali, ma ora li fa in digitale. Mi mostra le sue tavole sullo schermo e ride: Guarda, papà, anche io faccio protesi, ma le mie volano.
E io penso che ogni generazione è una gengiva nuova: arretra un po’, per lasciare spazio alla crescita dell’altra. Harley mi segue ovunque, con la calma dei compagni fedeli. Quando mi siedo sullo sgabello e inclino la lampada, lei si accuccia vicino al pedale del micromotore,
come se capisse che quel ronzio è la mia musica interiore. La linea gengivale non è solo un bordo anatomico: è una soglia di rispetto. Ti ricorda che ogni cosa, se forzata, sanguina. Che il tempo, come la carne, non va combattuto ma
accompagnato. Mi guardo allo specchio del banco, quello piccolo, rotondo, e per un attimo mi vedo come vedo i denti: una struttura che resiste, ma che ha imparato a cedere dove serve. E in quel cedimento, forse, c’è tutta la mia verità. Spengo il forno, accarezzo Harley,
e lascio che il silenzio si posi sul banco come una garza. Poi, piano, con il tono di chi sa che ogni gesto è un arrivederci, dico: Su col molare.

Capitolo 7 – Il mio laboratorio

Non fu una fuga. Fu un ritorno. A qualcosa che non avevo mai lasciato davvero, ma che solo adesso potevo chiamare mio. Ricordo ancora la mattina in cui lo dissi al titolare. Stava lucidando un ponte, come sempre. Io avevo già deciso. Non per ambizione, ma per necessità. A un certo punto capisci che l’artigianato, se non trova spazio per respirare, si trasforma in abitudine — e l’abitudine uccide la fiamma. Aspettai che finisse di soffiare sulla ceramica, poi parlai piano. Voglio aprire un laboratorio mio. Non smise di muovere le mani, continuò a guardare il
lavoro. Poi, dopo un lungo silenzio, disse solo: Era ora. Mi guardò, con quell’espressione che solo chi ha visto il fuoco da vicino può permettersi. Ricorda una cosa, Enrico: il mestiere non si eredita. Si conquista. Poi mi posò una mano sulla spalla. Non fu un addio, fu una benedizione. Una benedizione laica, fatta di calli e di rispetto. Il mio laboratorio nacque così: senza inaugurazioni, senza discorsi.  Solo una stanza, un banco, una lampada. E una finestra piccola da cui entrava la luce in diagonale, come una carezza del cielo. Appesi il camice, accesi la prima fresa, e ascoltai il suono. Era il mio battito. Nei giorni seguenti portai dentro la vita: le impronte, le muffole, i metalli, le resine.
E poi, un vaso di fiori che Angela insistette per mettere vicino alla finestra. Ci vuole un po’ di vita anche qui dentro, disse. Aveva ragione.
La ceramica non nasce solo dal fuoco, ma dalla compagnia della luce. Viola, la prima volta che entrò, guardò il banco e disse: Papà, profuma di te. Harley, invece, girò per la stanza, annusò ogni angolo e poi si accoccolò sotto la scrivania. Decise subito che sarebbe stata casa anche sua. Da allora, ogni mattina apro la porta con lo stesso gesto: una mano sulla maniglia, un respiro profondo, e quel senso di gratitudine che mi attraversa come una corrente tiepida. Il mio laboratorio non è solo un luogo di lavoro. È un luogo dove il tempo si ferma e la vita si
ricompone. Ci sono giorni in cui parlo da solo, o forse con il banco. Gli chiedo consiglio, gli racconto le mie preoccupazioni. E quando il metallo risponde con quel tintinnio leggero, mi sembra di sentire la voce di chi mi ha insegnato il mestiere. Il fuoco, in fondo, è lo stesso.
Solo le mani cambiano. E la vita — come la ceramica — trova sempre un modo per rifondersi, per diventare nuova, per tornare integra. Quando chiudo la porta, la sera, resto un attimo fermo sul gradino. Il rumore della strada lontana, la luce calda del neon che si spegne,
Harley che sbadiglia. E in quell’istante capisco che il mio laboratorio non è una bottega. È un altare quotidiano. Un luogo dove il lavoro diventa preghiera. Allora, come ogni sera, lo saluto piano, e con la voce bassa ma certa dico: Su col molare.

Capitolo 8 – Lucidatura finale

Alla fine resta solo la luce. Non quella del neon, ma quella che nasce dal gesto. Lucidare non è un lavoro: è una forma di gratitudine.
È dire alla materia: Ti ho capita. Ogni superficie, prima opaca, si apre piano al riflesso. Il movimento è lento, circolare, paziente. Non serve forza. Serve respiro. Lucidare è ricordare senza rimpiangere. È rendere chiaro ciò che prima era solo rumore. Il banco è coperto di polvere finissima. Ogni granello è un frammento di tempo. Li guardo e penso che la vita intera è fatta così: di minuscole scorie luminose, tracce del lavoro e dei giorni che non tornano. Eppure, quando passi lo straccio e tutto comincia a brillare, capisci che nulla è andato perduto.
Solo trasformato. Harley si stira, poi si siede accanto a me. Osserva i movimenti, come se sapesse che sto chiudendo un rito. Le parlo a bassa voce: Vedi, piccola, la lucidatura è come la pace dopo la tempesta. Si ferma tutto, ma non per dormire — per esisteremeglio. Lei mi guarda, inclinando la testa, e la coda batte piano sul pavimento. Angela, da casa, mi manda un messaggio: Vieni? È pronto. Rispondo con una foto del pezzo finito, una capsula che brilla come un piccolo sole addomesticato. Lei risponde con un cuore e una frase che mi spiazza
ogni volta: Porti sempre un po’ di luce anche qui. Spengo la fresa, chiudo il compressore, e per un momento il silenzio sembra troppo grande.
Poi lo sento: il respiro del banco. Non è un rumore, è un sospiro. La materia che si rilassa dopo la tensione, come un corpo che ha finalmente trovato la sua forma. Guardo il dente lucido, perfetto nella sua imperfezione. Dentro c’è tutto: la polvere, l’acqua, il fuoco, la pazienza.
C’è la mia famiglia, i colleghi che non ci sono più, il titolare che mi ha insegnato il rispetto, Harley che mi accompagna come un piccolo guardiano del tempo. Mi tolgo i guanti, e le mani, ormai segnate, sembrano più leggere. Ogni ruga è un racconto, ogni callo una lezione che non vorrei cancellare. Fuori, la sera scivola lenta, e la finestra restituisce il mio riflesso mescolato a quello del laboratorio. Per un attimo, non so chi dei due stia guardando l’altro. Poi sorrido, perché non importa più. Siamo la stessa cosa. Appoggio lo straccio, spengo la luce.
Il buio si posa come una benedizione. E mentre chiudo la porta, con la mano ancora calda di lavoro, sussurro piano, quasi in preghiera: Su col molare.

Epilogo – Il respiro del banco

A fine giornata, il laboratorio tace. Le macchine spente, le pinzette allineate, la fiamma ormai un ricordo. Eppure qualcosa resta.
Un suono sottile, quasi un soffio. Il banco che respira. All’inizio pensavo fosse la mia immaginazione, ma col tempo ho imparato a riconoscerlo: è la materia che si rilassa dopo la tensione, il legno che restituisce il calore delle mani, la stanza che trattiene il suono dei giorni. Quel respiro non è meccanico. È umano. È la somma di tutte le presenze che hanno abitato qui: le mie, quelle dei colleghi, quelle di chi mi ha
insegnato, e persino di chi ho solo immaginato mentre lavoravo. Il banco è diventato un archivio di anime. Ogni graffio è un nome, ogni bruciatura un ricordo. Mi siedo e lascio che il silenzio faccia il resto. Non serve pensare. In certi momenti basta ascoltare. Il banco respira, e io con lui. È un respiro lento, profondo, pieno. Un dialogo senza parole tra la vita e la materia. Harley dorme vicino al pedale del micromotore. Ogni tanto muove una zampa, come se inseguissi ancora i miei gesti. Angela ha già spento le luci di casa, e Viola, prima di addormentarsi, mi ha scritto un messaggio: Papà, domani ci sei a pranzo? Sorrido. Ci sarò. Perché ora so che anche la distanza è solo un altro
tipo di forma. Mi guardo intorno. Il laboratorio è pieno di ombre buone, quelle che non fanno paura, quelle che ti ricordano che non sei mai davvero solo. Ogni oggetto sa chi sei. Ogni banco conserva la tua voce. Ogni giorno passato qui è un giorno che non si è
sprecato. Mi alzo, passo una mano sul legno. È ruvido, graffiato, ma caldo. Non serve lucidarlo. Serve solo riconoscerlo. Il banco non giudica, non dimentica. Accoglie. Quando spengo l’ultima luce, il buio non mi sembra assenza, ma continuità. Sento il banco respirare ancora, e mi rendo conto che, forse, non smetterà mai. Perché in ogni gesto, in ogni sorriso ricostruito, in ogni piccolo frammento di ceramica e d’amore,
c’è qualcosa che continua a vivere. Chiudo la porta. Fuori, l’aria profuma di sera e di pioggia lontana. Harley mi segue, silenziosa, con la coda che disegna cerchi. Camminiamo insieme verso casa. E prima di allontanarmi del tutto, mi volto, guardo la finestra ancora tiepida di luce,
e sussurro come sempre: Su col molare.

Nota d’autore
Questo libro è nato come nascono le cose vere: tra una fiamma che si piega e una giornata che finisce. Non volevo scrivere una storia sul mio lavoro. Volevo solo capire perché continuo ad amarlo. Ogni pagina è un banco diverso, ogni parola un granello di polvere rimasto sulle mani.
C’è la ceramica che diventa corpo, il metallo che si purifica, l’acqua e il fuoco che si inseguono per creare. C’è la pazienza che non si insegna e la solitudine che non spaventa più. E poi ci sono loro: Angela, che ha sempre saputo tradurre i miei silenzi in pace. Viola, che mi ricorda ogni giorno che tutto si può reinventare, anche i sogni. Harley, che non mi ha mai lasciato solo nemmeno quando io credevo di esserlo. Su col molare non è un ordine. È un modo di dire: non arrenderti, anche quando la vita si scheggia. Questo mestiere mi ha insegnato che la perfezione non esiste, ma la fedeltà sì: a ciò che ami, a chi ti aspetta, a quello che fai con le mani e con il cuore. Se in queste pagine hai sentito un po’ di calore, è perché qui dentro c’è il respiro di tutto ciò che mi tiene vivo.

— Enrico Gernone
Milano, 2025

Ringraziamenti

A chi mi ha insegnato il mestiere restando in silenzio accanto al banco.
Al mio titolare, per la benedizione laica nel giorno in cui ho aperto il mio laboratorio.
Ad Angela, che ha dato un nome alla mia pace.
A Viola, che ha messo le ali ai denti.
A Harley, che ha custodito ogni notte il respiro del banco.
Ai pazienti invisibili di queste pagine, che mi hanno affidato un sorriso e, senza saperlo, anche una storia.

 

 

Previdenza complementare 2026: cosa cambia per i laboratori odontotecnici e l’impatto sul TFR

Un anno denso di novità sul fronte previdenziale e contrattuale. Ecco cosa devono sapere titolari e dipendenti dei laboratori odontotecnici, in parole semplici. Il 2026 porta con sé novità importanti per chi gestisce un laboratorio odontotecnico. Sul fronte contrattuale, il rinnovo del CCNL Area Meccanica ha portato aumenti salariali già in parte operativi. Sul fronte previdenziale, la Legge di Bilancio 2026 ha cambiato le regole dei fondi pensione in modo significativo.         Non si tratta di questioni riservate solo alle grandi aziende: riguardano ogni laboratorio, anche quelli con uno o due dipendenti.

 

Le novità già in vigore dal 1° gennaio 2026

Gli aumenti retributivi del CCNL: il contratto collettivo che regola i rapporti di lavoro nei laboratori odontotecnici – il CCNL Area Meccanica Artigianato, rinnovato nel novembre 2024 – ha stabilito aumenti salariali complessivi di 205 euro mensili a regime per il settore, distribuiti in più fasi:

  • 50 euro dal 1° dicembre 2024
  • 25 euro dal 1° luglio 2025
  • 25 euro dal 1° marzo 2026 (già operativi)
  • 9 euro dal 1° novembre 2026

Per i titolari, significa che i cedolini paga dei dipendenti riflettono già la terza tranche di aumenti. Da ricordare che dal 1° gennaio 2025 anche gli apprendisti maturano scatti di anzianità (10 euro per anno).

Sale inoltre il limite fiscale dei Fondi di Previdenza, difatti chi versa contributi a un fondo pensione può dedurre queste somme dal reddito, pagando meno tasse. Dal 1° gennaio 2026 il tetto massimo deducibile è salito da 5.164 euro a 5.300 euro annui. Questa cifra aggiornata vale sia per il fondo negoziale di categoria (Fon.Te. o Cometa) sia per fondi aperti o polizze individuali.

Ma la novità più rilevante riguarda il nodo del TFR, vitale per i laboratori sotto i 50 dipendenti.

Per capire l’impatto della nuova riforma sui fondi pensione, è fondamentale chiarire cosa rappresenta il TFR per una piccola impresa.

Nelle aziende con 50 o più dipendenti, il TFR non destinato ai fondi pensione deve essere versato dall’azienda all’INPS: la liquidità esce in ogni caso dalle casse aziendali.

Nei laboratori con meno di 50 dipendenti, invece, se il lavoratore decide di “lasciare il TFR in azienda”, il datore di lavoro lo trattiene in cassa accantonandolo a bilancio, pagandolo solo al termine del rapporto di lavoro. Per i piccoli imprenditori, il TFR mantenuto in azienda rappresenta una fondamentale fonte di liquidità e autofinanziamento a costo quasi zero.

Quando scatterà il cosiddetto “silenzio-assenso”, il TFR andrà a fluire automaticamente verso il fondo pensione, e il piccolo imprenditore perderà questa preziosa iniezione mensile di liquidità in cassa.

Fondamentale nell’alveo di questa mini riforma individuare le  3 casistiche caratterizzanti in base alla data di assunzione. Difatti le regole del silenzio-assenso e della destinazione del TFR cambiano radicalmente a seconda di quando il dipendente è stato assunto.

Vediamo quindi cosa succede nel caso in cui il lavoratore non esprima alcuna scelta esplicita:

Lavoratori assunti fino al 31.12.2025 (Vecchie regole a regime)

Il lavoratore aveva 6 mesi di tempo dall’assunzione per decidere.

Scaduti i 6 mesi senza comunicazione, è scattato il vecchio silenzio-assenso. Impatto per l’azienda: l’azienda versa al fondo pensione di categoria solo il TFR in caso di scelta manifestata esplicitamente.

Lavoratori assunti dal 01.01.2026 al 30.06.2026 (La finestra transitoria)

Anche per questi lavoratori si applica ancora la vecchia finestra dei 6 mesi. Chi è stato assunto, ad esempio, a gennaio 2026, si avvicina proprio ora alla scadenza che cadrà intorno al 1° luglio 2026.

Scaduti i 6 mesi, se il lavoratore tace, scatta l’iscrizione automatica con le vecchie regole; al fondo pensione va in automatico solo il TFR.

Lavoratori assunti dal 01.07.2026 in avanti (Le nuove regole e l’adesione “piena”)

Tempi: La finestra di scelta crolla drasticamente: da 6 mesi a soli 60 giorni (due mesi).

Trascorso questo tempo senza risposta, scatta automaticamente un’adesione che diventa “piena”.

A questo punto scatta il vero campanello d’allarme per la piccola impresa. Con le nuove regole, in caso di iscrizione automatica confluiscono nel fondo non solo il TFR, ma anche il contributo a carico del datore di lavoro (quello previsto dal CCNL) e l’eventuale quota a carico del lavoratore.

In sintesi: Per un neoassunto disattento dal 1° luglio 2026, l’azienda non solo perde la liquidità del TFR molto prima (dopo soli 60 giorni), ma si ritrova un costo mensile aggiuntivo obbligatorio (il contributo datoriale) che prima si attivava solo su adesione volontaria. Il lavoratore mantiene comunque la possibilità di rinunciare entro 60 giorni con comunicazione scritta.

Ma cosa deve fare concretamente il titolare? Dal 1° luglio 2026, ogni volta che si assume un lavoratore, il titolare è tenuto a:

  1. Informare il dipendente delle opzioni disponibili (TFR in azienda, fondo negoziale, altro fondo).
  2. Spiegare il meccanismo automatico e la nuova scadenza breve dei 60 giorni.
  3. Conservare la documentazione e rilasciarne copia al dipendente.

Annotarsi il nuovo impegno necessario ossia avviare le contribuzioni al fondo entro il mese successivo alla scadenza dei 60 giorni, se il lavoratore non si è espresso.

Per dare un quadro completo sulle novità in arrivo vale la pena sottolineare la maggiore flessibilità per coloro che fruiranno di un trattamento da utilizzo Fondo  Pensione, novità che riguardano anche chi si avvicina al pensionamento:

Più capitale subito: la quota massima del montante accumulato ritirabile in un’unica soluzione (capitale) sale dal 50% al 60% a partire dal 1° luglio 2026.

Tre nuove modalità di ritiro: oltre alla rendita vitalizia, arrivano la rendita a durata definita, i prelievi liberi e il ritiro frazionato del capitale (minimo 5 anni).

Dott. Angelo Parente

Portabilità del contributo datoriale: in caso di trasferimento ad altro fondo (dopo almeno 2 anni), il lavoratore potrà portare con sé anche il contributo versato dall’azienda. Questa possibilità è ora estesa anche ai fondi aperti e ai PIP.

Per concludere di seguito un riepilogo delle scadenze in sintesi

Quando Cosa cambia
1° gennaio 2026 Tetto deducibilità fondo pensione sale a 5.300 €
1° marzo 2026 Nuovo aumento retributivo CCNL (+25 €)
1° luglio 2026 Scadenza silenzio-assenso (6 mesi) per chi è stato assunto a gennaio 2026 (al fondo va solo il TFR)
1° luglio 2026 Per i nuovi assunti da questa data: finestra ridotta a 60 giorni; adesione automatica piena al fondo (TFR + contributo datore di lavoro)
1° luglio 2026 Quota capitale al pensionamento sale al 60%, tre nuove modalità di erogazione
1° novembre 2026

 

 

Ultimo aumento retributivo CCNL (+9 €)

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

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